Gli zombie di Jarmusch

Jim Jarmusch filma la sua visione del mondo. Un mondo di morti viventi aggrappati a un universo di oggetti, azioni, orizzonti effimeri.

Vorrei dire che si tratta di una pennellata geniale, come altre volte il regista è riuscito a dare. Invece I morti non muoiono mi è piaciuto con riserva. Il che sa di tiepido.

Il mondo, in verità, lo vediamo proprio come siamo ormai abituati a guardarlo, dalla tv, da internet, in un rimando continuo di parole e immagini che arrivano da quel luogo non meglio precisato che è il pianeta Terra.

Lo osserviamo da un minuscolo punto del globo, Centerville in Ohio. Un paesino incastrato fra le montagne, poche ma rappresentative anime, un ristorante, una pompa di benzina, un emporio che vende dagli articoli di giardinaggio ai fucili, un’impresa funebre, un motel vagamente hitchcockiano, un eremita, Bob, che ha lasciato la comunità di quelle anime rappresentative e vive libero nei boschi. Infine, la centrale di polizia, governata da tre autorevoli poliziotti: il capo Cliff Robertson e gli agenti Ronnie Peterson e Mindy Morrison.

Da lì, da Centerville, Jarmusch spalanca una finestra sul pianeta per far entrare notizie che sanno di apocalisse. L’asse terrestre si è spostato, per via dello sfruttamento umano delle risorse, e le conseguenze sono disastrose.

Lo vedono bene anche gli abitanti di Centerville. La notte e il giorno si sono capovolti, gli orologi si fermano, gli animali, che sembrano avere molta più coscienza degli uomini, se ne vanno. E, soprattutto, i morti non muoiono.

Dal piccolo cimitero cittadino i morti, che sono morti, escono dalle tombe e si aggirano alla ricerca di cibo. Sono zombie dall’aspetto cascante che si muovono al rallentatore, con passo incerto, sguardo decisamente morto, anche lui, e una voracità, all’opposto, compulsiva. Mangiano le persone che, sempre per via dell’asse terrestre spostato, diventano a loro volta zombie.

Un film horror? Non mi pare. È tutto molto ironico, quasi comico. Sarà per il capo Robertson – che ha il volto, lo stile, il talento di Bill Murray – imperturbabile e flemmatico tutore dell’ordine, votato alla calma e all’apatia. Sarà pure per l’agente Peterson – Adam Driver –, serafico, lento, grande conoscitore di zombie e, da subito, profeta: questa storia finirà male, ripete senza sosta. Sarà senz’altro per il tema musicale scelto, la splendida canzone The Dead Don’t Die di Sturgill Simpson, che dà il titolo al film e sta continuamente nella testa del capo Robertson per una ragione inspiegabile.

La risposta, invece, è semplice e disarmante per l’agente Cliff: è così familiare perché è il tema principale (del film).

Uno smascheramento delizioso, messo lì con disinvoltura, nella normalità di un cinema che guarda se stesso, tira nel suo campo visivo gli spettatori e ritorna nel finale quando, sempre Robertson, chiede a Peterson perché dall’inizio continua a ripetere che finirà male, come fa a saperlo? Beh, risponde l’agente, ho letto la sceneggiatura, Jim me l’ha data subito. Tutta, l’hai letta tutta? A me ha dato solo le mie battute, che bastardo, dopo tutto quello che ho fatto per lui, sibila il capo Robertson.

Sì, assai delizioso e calibrato sugli attori, che in scena sembrano stare davanti e dietro la macchina da presa e reggono l’ironia. Bill Murray e Adam Driver, i solisti, e, intorno a loro, un intero coro che dà polpa al film. Tilda Swinton, impresaria di pompe funebri seguace di arti marziali, Steve Bushemi prototipo del cittadino (in)sofferente a tutto e razzista. Danny Glover, un’anima vulnerabile che però vende armi. E Tom Waits, il grillo parlante Bob l’eremita, estraneo agli affari del mondo, si aggira sul limitare del bosco, osserva e si tiene lontano dal refrain: tutto questo finirà male.

Però le riserve sulla centratura del film ci sono tutte. La grande metafora di un’umanità zombie, si perde in una morale scontata. Di più, in una morale e basta. Siamo tutti zombie perché rincorriamo valori materiali, vaghi, veloci, deperibili. Nel farlo, non guardiamo in faccia nessuno, tantomeno il nostro pianeta che abbiamo usato, abusato e adesso ci molla.

Dunque, sembra finire male per tutti, o quasi. Forse non per Zelda, l’impresaria funebre che, in un colpo di scena fuori sceneggiatura – almeno non in quella letta da Peterson –, prende al volo il passaggio di un ufo che passa da lì. E se ne va in un altro mondo.

Annotazioni: Jim Jarmusch, regista, sceneggiatore e musicista, si muove da sempre nel regno del cinema indipendente. Alcuni titoli, Daunbailò (1986), Taxisti di notte (1991), Dead Man (1995), Coffee and Cigarettes (2003). I morti non muoiono era in concorso al Festival di Cannes 2019.

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