Formigoni e Alemanno in carcere. Il cattolico più potente della Lombardia, padre padrone della venalissima “Compagnia delle Opere” e l’ex ministro dell’Agricoltura di Berlusconi ed ex sindaco di Roma accomunati da un’esperienza che mai avrebbero pensato di vivere. Indubbiamente due ladri, due persone sgradevoli e spregevoli: l’uno un po’ untuoso e saccente come un parroco pedofilo di provincia, l’altro ottuso e arrogante come un bulletto fascista di borgata. Due soggetti da avanspettacolo che tuttavia hanno goduto a lungo del consenso, tanto di elettori diversamente intelligenti, quanto soprattutto del grande corruttore, il nobile Silvio, colui che ora trova di nuovo spazio nei media di regime (chiediamoci come mai). Quasi si trattasse di immigrati che stanno affogando, i due criminali trovano persino la solidarietà di molti: sembra che le galere non siano più gli immobili di cemento che custodiscono i comuni mortali ma siano diventati una sorta di vascelli ONG che raccattano e salvano poveri malcapitati. Nel recente passato nessuno degli “eletti” aveva mai conosciuto il carcere (roba da povery), nemmeno il grande Silvio, che a dispetto delle numerose condanne se l’è cavata con la farsa dei “servizi sociali”. Qualcosa è cambiato? Forse si, chiediamoci anche perché.

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