Guardare con fiducia al dopo

Credo che mai come in questo momento sia giunto opportuno l’invito di aprire un dialogo tra persone che magari non si conoscono ma, per il fatto di collaborare o aver collaborato con Apogeo, hanno in comune la voglia e la passione di scrivere. Il campo che si apre di fronte a noi pertanto è vastissimo ed offre spazi illimitati alla fantasia. Ognuno dunque può riportare sensazioni e ricordi che gli vengono suggeriti dalla situazione surreale che tutti stiamo vivendo. Sarà forse un modo di autodifesa personale, ma a me capita che quando affronto situazioni così difficili e complicate come quella attuale, vado a ricercare eventi già vissuti per fare un paragone e trarre motivo di guardare con più serenità le cose che mi circondano. Emergono così, quasi dal nulla, esperienze conoscitive che credevo ormai abbandonate nei meandri dei ricordi, e che mi fanno rivivere le stesse sensazioni che provo in questa emergenza virale.
Solo chi è stato testimone di una eclisse totale di sole credo possa capire il parallelo con la situazione attuale. Era il 15 febbraio 1961, un mercoledì mattina. Con la mia potente topolino a metano transitavo verso le 9 sulla via che da Bellombra porta a Crespino, dove svolgevo la mansione di cassiere presso quella filiale della Banca Cattolica del Veneto. Ero in ritardo perché avevo dovuto passare per la Succursale di Adria della stessa banca a prendere alcuni documenti. Naturalmente sapevo che ci sarebbe stata l’eclissi e preferii partire subito per non arrivare troppo tardi al lavoro. Mentre guidavo mi accorsi che la luce del giorno incominciava a sfumare e fu allora che decisi di fermare la piccola auto a lato della strada. Scesi e mi ritrovai in una atmosfera a dir poco strana, il paesaggio diventava sempre più lunare, l’aria si stava raffreddando, muggiti, versi strani di uccelli, abbaiare di cani si diradavano lentamente mentre calava il buio. Confesso che in quegli attimi ebbi paura. Mi ripresi solo quando la massa lunare, discostandosi da quella solare, fece nuovamente trasparire la luce che in breve tornò ancor più forte a illuminare il giorno. Negli attimi di buio di quella che fu l’ultima eclisse di sole visibile in Italia nel XX secolo, provai quel senso di smarrimento e di paura che traspare ai giorni nostri dalle strade deserte, dalle code davanti alle farmacie, dalle mascherine che coprono il volto dei più fortunati, che le hanno acquistate prima che fossero esaurite, dai resoconti allarmanti dei media. 
In questi giorni in cui, per la maggiore disponibilità di tempo, si possono fare tante cose lasciate in disparte, ho potuto persino completare la lettura di un diario eccezionale che copre mezzo secolo di storia della nostra città, steso giorno dopo giorno dal 1897 al 1947. Nelle circa 1.500 pagine scritte a mano ho trovato molti spunti di approfondimento e di raffronto con la situazione di incertezza nella quale viviamo. Debbo dire che ho letto con avidità quei fogli ingialliti dal tempo, soffermandomi più e più volte su fatti ed eventi che avevo vissuto, ancora in tenera età, durante le fasi finali dell’ultima guerra. Man mano che procedevo nella lettura, quasi per incanto, i cassetti della memoria mi si aprivano uno ad uno e facevano uscire sensazioni e paure vissute in quegli anni, trascorsi in via Chilla, in una piccola casa adiacente a quella della numerosa famiglia Boccato, i cui figli partigiani diedero tanto filo da torcere alle milizie repubblichine O.P., prima di essere uccisi. Era il 3 settembre del 1944, una domenica di guerra, ed era anche il giorno più triste che la tradizionale Fiera avesse mai attraversato. Da secoli infatti la Fiera di Settembre, detta anche “Fiera del Cristo”, per consuetudine plurisecolare si svolgeva nel cosiddetto “prato di Zanforlin”, nelle adiacenze della Basilica della Tomba, dov’era appunto venerata l’immagine del Cristo miracoloso. Era in vigore il coprifuoco, per cui alle cinque del pomeriggio tutte le attività dovevano cessare e la gente doveva rimanere chiusa in casa fino al mattino seguente. Nelle ore del coprifuoco si usciva solo con un permesso del Comando di piazza tedesco. Data la situazione, mio padre decise di portarmi alla Fiera al mattino, non tanto per farmi fare un giro in giostra, quanto piuttosto per rispettare la tradizione dell’acquisto di un giocattolo in una delle bancherelle disposte lungo il Corso. In tempo di guerra i giocattoli erano per lo più ispirati ad armi e strumenti di guerra. Io non feci altro che scegliere un fucile di latta con tante cartucce perché, e questo mio padre lo sapeva, mi piacevano le detonazioni forti. Tornammo a casa per l’ora di pranzo e, dopo l’immancabile riposo pomeridiano, mi misi subito ad armeggiare con il mio bel fucile. L’ora del coprifuoco era già scattata e quindi non si poteva uscire in strada. Tutti dovevano starsene ben chiusi nelle proprie case: pena l’arresto. Nello striminzito cortile di casa dunque, incominciai a caricare il fucile e sparare le prime cartucce. Poiché la detonazione riusciva poco robusta, pensai allora di mettere nel caricatore un bel po’ di cartucce, in modo da ottenere il risultato desiderato. Bisogna dire che lo scoppio, amplificato dalla ristrettezza del luogo chiuso tra alte mura delle case adiacenti, fu veramente potente. Apriti cielo! Da tutte le parti sbucarono a decine i militi repubblichini che, nascosti nei dintorni, sorvegliavano la casa dei Boccato, convinti che di tanto in tanto i ribelli frequentassero la loro abitazione. Con il calcio dei fucili (quelli veri) presero a battere sulla porta e sui balconi per farsi aprire. Entrati in casa, mio padre cercò di spiegare cos’era avvenuto ma non vollero intendere ragione. Erano convinti che lo sparo arrivasse da quella parte e lo trattarono in malo modo, puntandogli addosso un mitra. Finalmente tornò un po’ di tranquillità quando si resero conto di ciò che li aveva così tanto allarmati: nient’altro che un piccolo fucile di latta! Come si vede, nel racconto di questa esperienza non mancano certo gli spunti per un  confronto con il presente. Il coprifuoco, ad esempio, che presto o tardi sarà proclamato comunque per combattere il virus. Solo che, se nel 1944 venne imposto  per motivi di oppressione, oggi sarà applicato per motivi umanitari, il che è ben diverso. Chissà quante altre esperienze potrebbero emergere dal vissuto di ognuno! Magari le potremo raccontare in altre occasioni, se non altro per trarre qualche insegnamento in ordine ai comportamenti futuri. Nel frattempo, prendiamo atto dell’insegnamento efficace della Maestra Romana Marin, sorella del Poeta, che non si stancava mai di incitare i suoi allievi a “guardare al passato, per vivere il presente e preparare il futuro”. Con questi sentimenti guardiamo con fiducia al dopo.

Aldo Rondina è nato ad Adria nel 1937. Già dirigente bancario, si occupa da sempre di storia locale. Ha pubblicato, ottenendo buoni riconoscimenti, numerosi volumi sulla storia del Polesine, tra i quali, con Apogeo Editore: “I Conti Vescovi del Polesine” (2005), “L’ultimo Interdetto” (2007), “Storia di una devozione” (2008), “Adria. La Città, le sue vie, la sua storia” (2009), “La Croce Verde di Adria 1911-2011. Un secolo di solidarietà laica” (2012), “Il Convento racconta. Cronaca della Parrocchia Santa Maria Assunta della Tomba di Adria (1 gennaio 1940-23 giugno 1952)” (2013), “Maria Regina del Santo Rosario. Le Feste quinquennali del Rosario negli atti dell’archivio capitolare della Cattedrale di Adria” (2013), “Giovanni Marinelli. Una carriera nell’ombra del regime” (2014), “Una città sull’acqua. Nel solco delle antiche tradizioni marinare adriesi” (2017) e il recente “La gloriosa Compagnia del Santissimo, una luce cristiana attraverso i secoli”.

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