“vogliamo un ordine di cose nel quale le passioni basse e crudeli siano incatenate, e tutte le passioni generose e benefiche siano ridestate dalle leggi…” M. Robespierre

 

Ci avviciniamo rapidamente alla soglia dei 40.000 € di debito pubblico pro capite. E’ una somma enorme che supera largamente il salario annuo medio degli italiani. Nonostante le dimensioni di questa voragine abbiamo servizi scadenti e solo il 5% della spesa pubblica è costituito da investimenti, il rimanente è fatto da spesa corrente, cioè dal costo di funzionamento della macchina pubblica, dalle pensioni e dagli interessi sul debito. Le dismissioni delle partecipazioni pubbliche nelle aziende locali e le privatizzazioni delle grandi imprese pubbliche avrebbero dovuto aumentare l’efficienza (i governi di turno l’avevano assicurato), migliorare i conti pubblici e consentire risparmi significativi a lungo termine, ma i risultati che abbiamo ottenuto sin qui sono di tutt’altro genere. La povertà è in aumento, aumentano i senzatetto e i giovani sono costretti a scegliere tra l’emigrazione o un lavoro precario senza garanzia di un trattamento previdenziale futuro degno di questo nome. Si fa fatica a definire un paese come questo, ma è certo che il modello di società che ci ostiniamo a perseguire non funziona, e del resto i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni non erano all’altezza del loro compito, perché partivano dal presupposto che il modello non andava messo in discussione, quanto piuttosto “migliorato”. I risultati di questo postulato e dei suoi corollari sono sotto gli occhi di tutti. Ma al di là degli aspetti economici, dai quali comunque non si può certo prescindere, c’è anche l’aspetto sociologico della crisi che stiamo vivendo: le persone non sono felici, temono per il futuro, non sono solidali e non partecipano alla vita pubblica. E’ vero che la classe politica ha progressivamente svuotato molti diritti costituzionali del loro significato, ma è anche vero che i cittadini non sembrano voler difendere il loro ruolo nella società.

Non credo che saranno le riforme di questo o quel ministro a far ripartire l’economia, come non credo che ci sia nei governanti il desiderio di attuare una qualche forma di redistribuzione della ricchezza, senza la quale non è possibile ipotizzare sviluppo. Sono convinto che l’unica soluzione sia costituita da una rivoluzione, non necessariamente con le barricate e il berretto frigio, ma è innegabile l’esigenza di qualcosa che costituisca una modifica profonda della nostra società ormai al collasso. Possiamo tentare di essere noi a gestire questo rinnovamento, tra errori, fatiche e conflitti, oppure scegliere di continuare nella conservazione anacronistica a tutti i costi, una decisione che si limiterà solo a ritardare il cambiamento che certamente deflagrerà in tutta la sua violenza tra qualche anno. L’estremo oriente ha cannibalizzato il nostro sistema manifatturiero, l’ondata di immigrazione, fenomeno prodotto dall’attuale modello di capitalismo selvaggio, ci sta annientando sotto il profilo demografico. Non produciamo nulla, non facciamo figli ma siamo guidati da governi che ragionano come si faceva negli anni ’50. Non abbiamo un grande avvenire e non possiamo cambiarlo a suon di tweets.

 

 

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