Immaginate di avere il mignolo fratturato, di correre al pronto soccorso e di sentirvi dire dal medico che vi devono amputare la mano.

Alle vostre perplessità il medico vi critica aspramente e vi dice che siete un ignorante, che se non accettate l’amputazione rischiate la cancrena e morirete. Aggiunge stizzito che il vostro atteggiamento è oscurantista, medievale e mette in discussione secoli di progresso medico. In realtà voi avete fiducia nella scienza medica, quello che volete evitare è il rischio che essa non venga utilizzata nel modo migliore.

L’esempio descrive esattamente quello che accade quando qualcuno critica l’Unione Europea e le sue distorsioni, le cose che non funzionano. E’ come se si commettesse il reato di lesa maestà: l’Europa non può essere criticata, chi lo fa è motivato da finalità oscure oppure è un ignorante, un populista e non si rende conto che uscire dall’Europa non si può, si muore, c’è la guerra, la carestia.

Bene, mentre attendiamo che le profezie dei paladini continentali si avverino e facciano sprofondare la Gran Bretagna nel medio evo (già si raccolgono fondi, medicine, coperte e sacchi di farina per i malcapitati sudditi di Elisabetta seconda), permettiamoci alcune riflessioni. Con lo sviluppo progressivo dell’Unione, partito nel secondo dopoguerra con la CECA, diventata poi CEE e infine UE, i paesi dell’Europa occidentale si trovano all’interno di una sovrastruttura che dovrebbe garantire pace, sviluppo e prosperità economica. Così almeno ci è stato venduto il processo di integrazione da parte della classe dirigente. Una casta che si è sempre preoccupata di farcire dichiarazioni, trattati e normative con l’importante aggettivo “democratico”, per fugare ogni dubbio sulla bontà e legittimità del suo operato. Nella realtà l’unica vera preoccupazione dell’Euroburocrazia (costosa, inefficiente e arrogante) è stata quella di rimuovere qualsiasi ostacolo alla circolazione dei beni e dei servizi e poi di allargare il mercato europeo a livello globale con la creazione del WTO a seguito degli accordi di Marrakech. Se l’Unione Europea avesse veramente a cuore le sorti dei popoli che vi appartengono, il cammino sarebbe stato molto diverso, in molti casi in direzione opposta. Nessuno nega che l’economia sia importante per assicurare il benessere dei cittadini, ma per costruire un’Europa democratica il processo avrebbe dovuto iniziare da premesse ben diverse. Se non si uniformano l’assistenza sanitaria, la pressione fiscale, il diritto all’istruzione e l’amministrazione della giustizia, parlare di democrazia è poco più di un esercizio di retorica accademica. Fondi, risorse, formazione comunitaria avrebbero dovuto essere indirizzati a creare una macroarea con uguali diritti, trattamento fiscale, economico e pensionistico molto simile e con modalità per l’amministrazione della giustizia assimilabili. Una volta che si fosse realizzato questo, o che almeno fosse stato tracciato il percorso per raggiungere l’obiettivo, si poteva mettere mano alle riforme strettamente economiche, che non avrebbero creato le disuguaglianze e gli effetti perversi che sperimentiamo quotidianamente. Invece si è deciso di fare l’Europa delle banche e delle multinazionali, lasciando i singoli stati ad arrabattarsi con le difficoltà di armonizzare le singole realtà con i diktat di Bruxelles. Invece di partire dai diritti e dai legittimi desideri dei cittadini si è seguito il paradigma arrogante della finanza. Così oggi ci troviamo più poveri, decisamente meno liberi, indifesi contro l’invasione delle merci prodotte senza regole nei paesi emergenti. Siamo schiavi di un’Euroburocrazia così democratica da mostrarsi efficientissima e draconiana quando deve mandare la Troika ad affamare un intera nazione come nel caso della Grecia, ma del tutto incapace di richiamare all’ordine i paesi che rifiutano di fare la loro parte in tema di accoglienza dei migranti. Ma mi raccomando, non fate i populisti: non criticate l’infallibile Lagarde, il povero Junker affetto da sciatica, l’ineffabile Tajani che tanto si è speso per difendere l’interesse nazionale

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