Gli antropologi tentano da sempre di rispondere ad una domanda fondamentale: nel cammino evolutivo della nostra specie esiste un comportamento che distingue l’uomo dagli ominidi? C’è un momento preciso nel quale possiamo affermare di essere diventati “homo”? È un tema affascinante e controverso: non c’è una risposta univoca e le scoperte scientifiche che si susseguono sembrano spostare all’indietro, e parecchio, l’epoca in cui si manifestano azioni che consideriamo “umane”.

Esistono diverse ipotesi, tra le più ragionevoli possiamo citare l’intervento a modifica del proprio habitat: spostare il corso di un ruscello per avvicinare l’acqua al luogo dove si vive o costruire una diga di ciottoli per pescare più agevolmente. Sviluppare pensiero astratto, immaginare ciò che non esiste, elaborare progettualità complesse è tipicamente umano. Anche il culto dei morti, degli antenati, è espressione culturale dell’uomo, come del resto la rappresentazione simbolica attraverso la pittura rupestre o la fabbricazione di utensili raffinati per impieghi specifici.
Ma c’è un comportamento che preferisco (è un’opinione personale senza alcuna pretesa scientifica): quello delle cure proto-mediche. Quando i paleontologi si imbattono in un femore con i segni di una frattura e della successiva guarigione, sanno di trovarsi di fronte a resti che appartengono certamente a soggetti “homo-qualcosa” e non a ominidi. Nessun primate sopravvive ad un trauma simile senza una comunità che si prenda cura di lui, lo nutra e lo difenda per un periodo prolungato. Ci sono, è vero, esempi di mammiferi superiori che mostrano empatia nei confronti dei propri simili malati o morenti, ma in nessun caso mettono a rischio la propria vita per l’altro. Nutrono i piccoli, ma appena questi sono autosufficienti li abbandonano al loro destino.

È un atteggiamento fortemente empatico che non si spiega, come vorrebbero alcuni, con una sorta di utilitarismo indiretto: il concetto secondo il quale il singolo aiuterebbe i membri del gruppo perché il clan unito è più forte, riesce a catturare un numero maggiore di prede e si difende meglio dalle tribù avversarie. L’empatia ha una radice diversa, profonda, decisamente altruistica ed è, a mio parere, l’atteggiamento culturale che sta alla base delle dottrine solidaristiche e di tutte le teorie e le filosofie che nel mondo occidentale si sono evolute gradualmente sviluppando il pensiero socialista.

Il socialismo non è l’unica visione del mondo che idealizza l’uguaglianza, ma è senza dubbio la più completa: parte da una lettura critica della storia e teorizza un modello di società che supera la maggior parte delle contraddizioni individualistiche e propone soluzioni concrete e attuali nel mondo reale. Erano e sono idee di uguaglianza e solidarietà mutualistica che quando apparvero molto probabilmente sembravano utopistiche e per alcuni che le avversano restano impossibili da realizzare ancora oggi. Eppure c’è un filo rosso (non a caso), un legame tenue ma indissolubile che collega quei primi femori fratturati e guariti con la visione di una società solidale. Tanto il socialismo quanto il capitalismo affondano verticalmente le loro radici nei nostri comportamenti ancestrali che rispondono ad atteggiamenti opposti. L’uomo non sarebbe sopravvissuto se non avesse avuto la capacità di lottare per procacciarsi cibo o di riprodursi accoppiandosi con le femmine che apparivano in buona salute. Accumulare “cibo-ricchezza” permetteva di affrontare le carestie, combattere i clan rivali, “convincere” il numero maggiore possibile di femmine fertili all’accoppiamento consentiva di avere migliori probabilità di trasmettere i propri geni alle generazioni future. Nella savana egoismo e soddisfazione immediata dei propri bisogni avevano ragione di esistere.

Eppure, nel processo evolutivo, abbiamo sviluppato capacità che ci hanno permesso di progettare città, di comporre musica affascinante o di dipingere opere d’arte che ci emozionano e ci commuovono: se ci fossimo limitati a vivere in modo strettamente utilitaristico questo non sarebbe stato possibile. Le condizioni che ci troviamo ad affrontare oggi sono radicalmente diverse, solo cento generazioni fa eravamo in epoca romana in toga e sandali: il mondo è cambiato con una rapidità inimmaginabile mentre noi siamo sostanzialmente gli stessi. in termini evoluzionistici cento o mille generazioni sono assolutamente insignificanti. Continuiamo, per molti versi, a comportarci come se al mattino invece di andare in ufficio con la metro, dovessimo piuttosto cacciare bisonti nella savana con armi sbozzate dalla selce.

Mi chiedo perché sia così difficile per molti di noi prendere atto che gran parte degli atteggiamenti che caratterizzano il nostro quotidiano sono ingiustificati e, soprattutto, inutilmente crudeli. Se avevamo iniziato nella notte dei tempi a prenderci cura dei nostri simili, perché secoli dopo ci riesce così faticoso pensare che la salute debba essere un bene da difendere e da garantire a tutti, comunque? Perché accettiamo di vivere in una società che considera normale vedere gli anziani raccogliere gli scarti dei mercati generali per mangiare, magari di fianco al poster pubblicitario di un profumo di lusso che costa quanto la loro spesa mensile per il cibo? Perché ci riesce impossibile rinunciare a qualcosa del nostro superfluo per garantire a tutti una vita dignitosa?

La competitività esasperata non fa emergere i migliori, non seleziona i più dotati, molto spesso premia i meno sensibili. Non credo nell’uguaglianza tout-court, sono convinto che le differenze sociali continueranno a esistere, il desiderio di migliorare le proprie condizioni, anche materiali, è una molla potente per lo sviluppo. Chi è disposto a rischiare, chi si impegna duramente, persino chi è fortunato in qualche modo si guadagna qualcosa in più rispetto a chi si accontenta del minimo, ma un paese civile deve assicurare a tutti cibo, sanità e istruzione. Non posso accettare la bulimia economica delle multinazionali rapaci, l’avidità amorale della grande finanza, la cecità crudele del neoliberismo: mi sembrano espressioni moderne di una cultura primitiva, arrogante, aggressiva e sostanzialmente anacronistica. In fondo mi sembra una forma di crudeltà infantile e tutto sommato ignorante, come quella dei cacciatori che si auto definiscono “sportivi”, di quelli che sprecano risorse ed energie senza rispetto per l’ambiente, di coloro che vogliono imporre comunque la loro volontà con la violenza o con il denaro che ne rappresenta il surrogato.

A pensarci bene se portiamo all’estremo questa sottocultura primitiva, questo atteggiamento anaffettivo, se li distilliamo insieme alla mancanza di principi etici, otteniamo un concentrato di primitività in senso negativo, la sottocultura della criminalità organizzata. Un mostro organizzato secondo schemi tribali, con una simbologia elementare fatta di sangue, omicidi dimostrativi, riti grotteschi che farebbero ridere in altro contesto, accumulazioni simboliche di ricchezze faraoniche che non si possono godere, perché si è costretti a vivere rintanati in un bunker come scarafaggi. La mafia: rifletteteci.

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