Mi chiedo spesso dove sia finito tutto il dolore del passato e mi chiedo anche se abbiamo tratto qualche insegnamento da questa eredità opprimente. Parlo delle sofferenze di milioni di persone, di storie difficili, a volte strazianti, delle quali troviamo un’eco nelle foto sgualcite in bianco e nero, nei racconti di chi “ha fatto la guerra”, nelle pieghe della storia. Volti segnati dalla fatica, dal sole, bambini senza scarpe e con addosso vestiti troppo grandi per quei corpicini stentati. Come se la sorte ci mettesse alla prova per vedere se c’è qualcosa, almeno qualcosa, che riusciamo a imparare. Eravamo usciti dalla seconda guerra mondiale pieni di speranza, sembrava che l’esperienza terribile della dittatura ci avesse indicato la strada per una società migliore. La resistenza e le conquiste sociali del primo dopoguerra potevano davvero rappresentare l’inizio del cambiamento. C’era in chi faceva politica e in chi amministrava una tensione etica che ora purtroppo non vediamo più. Esistevano ideali, modelli di società, visioni del futuro da cui discendeva una prassi politica: si immaginava un mondo, poi si creavano gli strumenti e si cercava il consenso per realizzarlo. I modelli si contrapponevano e il confronto spesso era aspro, ma c’era comunque alla base di questi grandi progetti una visione ideale.

Oggi lo scenario è radicalmente cambiato, nell’imminenza delle elezioni vediamo schieramenti che si preoccupano unicamente di vincere, a qualunque costo, le alleanze non sono basate su affinità ideali ma semplicemente sull’esigenza di raggiungere il quorun e le poltrone. Si scende a patti con il diavolo senza avere a giustificazione la brama di conoscenza di Faust, ma solo quella del potere. Programmi politici penosi, abborracciati alla meglio per promettere un obolo alle categorie “strategiche” di cui si vuole intercettare il consenso. Si parla di tasse, di “negri”, di monete parallele con cui probabilmente si immaginano già tangenti parallele e corruzioni convergenti. Pregiudicati di lungo corso che s’accordano con le camicie verdi, verdi di bile, leaders rampanti quanto inconsistenti drogati di tweet e storytelling pronti ad accordarsi con la criminalità organizzata in un abbraccio mortale, movimenti magmatici che partono da posizioni condivisibili ma non riescono a organizzare un programma credibile. E lo scenario di contorno qual è: stampa e Tv asservite, una pubblica amministrazione da voltastomaco e un presidente delle repubblica imbalsamato con un talento straordinario per l’ovvio. La mancanza di prospettive, la censura della speranza sono il carburante delle dittature, ma le maggiori responsabilità del degrado e delle conseguenze che rischiamo di subire sono della classe politica attuale.

Esce in questi giorni “Matteotti e l’antifascismo in Polesine” un volume prezioso di Diego Crivellari che con una singolare e forse non del tutto involontaria tempestività ci spinge a riflettere (leggere fa bene!) sul significato di questa straordinaria figura del nostro territorio, sulla sua coerenza morale e sulla grande occasione persa dai socialisti di allora che avrebbero probabilmente potuto cambiare il corso della storia. Non è mai troppo tardi, diceva il compianto maestro Manzi e questo spicciolo di saggezza vale anche per noi: iniziamo a obbligare la classe politica e gli amministratori pubblici ad un’etica di onestà, abbiamo un’arma straordinaria, il voto. Obblighiamoli a ripristinare il meccanismo delle preferenze, neghiamo il consenso a chi candida indagati, condannati e corrotti. Montanelli diceva di votare DC “turandosi il naso”, accettava quello che per lui era il male minore ma questa sospensione della morale ha aperto le porte dell’inferno a un imbarbarimento progressivo che sembra non avere fine. E’ ora di liberare le narici, i miasmi sono insopportabili.

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