Era una domenica mattina di metà novembre. Mentre passavo in bicicletta lungo la pista ciclabile che conduce fino a San Sisto, per un momento mi è sembrato di stare passeggiando lungo una spiaggia. Vuoi per il cielo limpido, vuoi per il tepore del sole alto nel cielo, vuoi soprattutto per quelle inconfondibili grida: i richiami dei gabbiani.
Non era difficile individuarne la fonte: un grosso stormo di grandi gabbiani, che volavano in ampi cerchi in un punto sopra Borsea o la zona dell’Interporto. Finalmente avevo scoperto dove si ritrovavano quei gabbiani visti mille volte solcare il cielo della città, senza mai fermarsi, quasi avessero preso sul serio l’adagio secondo cui Rovigo è un’ottima città da cui partire per andare da qualche altra parte.
Non ho mai visto, in effetti, un gabbiano appollaiato tra i tetti del centro storico, normalmente affollati di piccioni, gazze e grosse cornacchie. Un’assenza che ci risparmia i molto disagi che affliggono chi deve convivere con queste grosse bestie alate, che si aggirano come bande di bulli in diverse città italiane, non solo di mare (Roma, per dire, ne è invasa).
Come i sorci, i piccioni e le cornacchie, in città i gabbiani sono parsimoniosi spazzini, pronti a recuperare i nostri rifiuti per trarne ottimi pranzetti. In una calle di Chioggia, qualche anno fa, ho visto in azione una gang di questi pennuti, mentre sventravano sacchi dell’immondizia, spargendone il contenuto per tutta la calle. Una presenza tutt’altro che rassicurante.
Ma i gabbiani che sorvolano Rovigo da dove vengono? Me lo sono chiesto varie volte, vedendoli attraversare la città in solitaria, in piccoli gruppi o in grandi stormi a forma di “V”, diretti da qualche altra parte più attraente.
Quella domenica mattina, insomma, avevo individuato almeno uno dei due punti di questo loro spostarsi da A a B e viceversa. Avrei potuto, dunque, allungare il mio tragitto fino a quell’area, per cercare di scoprire attorno a cosa stesse volteggiando quell’enorme colonia di uccelli caciaroni.
Eppure allo stesso tempo ho avuto la sensazione di non volerlo sapere, perché non ci vuole un genio a capire cosa avrei trovato.
Il fatto è che, come dimostra il mio stato d’animo iniziale, quando sento il verso del gabbiano sento subito nel naso il profumo dell’aria salata, ho nelle orecchie lo sciabordio placido e costante della risacca, mentre agli occhi mi appaiono il mare piatto e incolore dei pomeriggi d’inverno o il ritorno di un peschereccio in porto.
E so bene che, seguendo quei gabbiani così lontani dal mare, al massimo troverò un immondezzaio. È lì, infatti, che sempre più grandi colonie di pennuti trascorrono i mesi più freddi e spesso si trasferiscono a vita, trovando acqua e tonnellate di cose da mangiare. Il gabbiano, semplicemente, va dove trova cibo. È mosso semplicemente dalla fame. Dello sciabordio della risacca e del mare incolore nel primo pomeriggio di un giorno d’inverno non gliene frega niente. Non sa che farsene della poesia, il gabbiano, se intanto lo stomaco è vuoto.

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