Una mattina di qualche tempo fa, sempre pedalando verso il lavoro di prima mattina, mi ha tagliato la strada un pettirosso.
E non c’è molto altro da raccontare, perché è il pettirosso non è uno che se ne sta lì più di tanto a mettersi in mostra. Né fa come le tortore, che sembrano divertirsi un mondo a stare in mezzo alla strada per scansarsi all’ultimo momento. Il pettirosso è schivo, tanto lui lo sa di essere bello.
Mia nonna, che passava lunghe giornate chiusa in casa, lasciava briciole sul davanzale per vedervi arrivare i merli, le tortore, le cinciallegre che affollavano gli alberi del suo grande giardino. Per lei, che non usciva praticamente mai, immagino fosse il suo momento in cui coltivare lo stupore e la meraviglia del contatto con la natura, oltre ad alleviare i momenti di malinconia.
Ha mantenuto questa abitudine di spargere briciole per moltissimi anni, pur sapendo che a mio nonno dava fastidio, penso per ragioni igieniche, o forse proprio per questa ragione. Oltre ad avere stretto amicizia con un merlo, che pare venisse a trovarla tutti i giorni, una volta era riuscita ad attirare un pettirosso.
Ed era una gran gioia, perché questo incantevole uccellino, appunto, è decisamente meno socievole di altri pennuti di città. Lo è non solo nei confronti degli esseri umani, a cui si avvicina giusto per esigenze alimentari, ma anche verso gli altri uccelli.
Il pettirosso è un fiero misantropo. Vive felicemente solo. Se abbandona la propria orgogliosa solitudine è solo per cercare una compagna, che comunque condividerà con lui l’ostinata chiusura verso il resto del mondo e la gelosa difesa del proprio territorio.
Ho l’impressione, insomma, che il suo cinguettio sia un garbato invito a tenere le distanze, più che un canto di saluto e accoglienza. Di certo non mi è sembrato particolarmente festante il cinguettio del pettirosso che ho incrociato più di recente, verso la metà di novembre, lungo la linea ferroviaria che corre in direzione Padova. Qui alcuni operai avevano appena raso al suolo il piccolo bosco sorto sul pendio della ferrovia, che ospitava una miriade di piccoli volatili. Il pettirosso mi è apparso lì, appollaiato su una rete metallica in mezzo al cumulo di tronchi sfasciati, rottami e fanghiglia smottata, lasciato dal passaggio della ruspa. Ha attirato la mia attenzione con quel suo cinguettio cristallino.
Eppure, nel suo fischiettare non mi è parso di sentire nulla di allegro, né tantomeno di malinconica rassegnazione. Mi sono detto che probabilmente, appollaiato tra le rovine della sua casa, il pettirosso ci stesse semplicemente mandando tutti affanculo.

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