È il 3 ottobre 1918. Siamo sulle Argonne, in Francia, dove circa cinquecento soldati americani sono rimasti intrappolati dietro le linee nemiche, senza cibo e munizioni, massacrati dalle truppe tedesche e dal fuoco amico.
Per chiedere rinforzi, il maggiore Charles Whittlesey pensa bene di ricorrere ad un prodigioso mezzo di comunicazione in dotazione all’esercito: i piccioni viaggiatori. Ne hanno a disposizione tre: il primo viene abbattuto subito dalle pallottole nemiche. Al secondo va un po’ meglio, ma viene stecchito lungo il tragitto. Rimane solo il terzo, un piccione di nome Cher Ami.
Quando Cher Ami si leva in volo, viene immediatamente bersagliato dalle pallottole tedesche. Ma questa volta, nonostante le ferite, tira dritto. Ridotto ad un colabrodo, riesce comunque a percorrere in un’ora le 25 miglia che lo separano dal quartier generale. Arriva a destinazione con un buco nel petto, una ferita all’occhio e una zampa quasi tranciata. Vivo e vegeto.
È una storia vera. Grazie alla sua intrepida missione, il piccione Cher Ami riuscì a salvare i superstiti del battaglione americano, ricevette una medaglia al merito ed è tuttora esposto al National Museum of American History, ovviamente impagliato. Durante l’imbalsamazione, tra l’altro, si scoprì che Cher ami era una femmina.
Che un piccione, anzi una picciona, possa essere un eroe di guerra non è la prima cosa che ci viene in mente, quando vediamo questi pennuti svolazzare rumorosamente sotto i portici del centro o passeggiare goffi sul listòn della piazza oppure quando li ascoltiamo tubare rumorosamente sul terrazzino di fronte, durante i loro frequenti accoppiamenti.
Il piccione in città è vissuto come un’autentica piaga, pari forse solo ai ratti. Sarà che la convivenza tra l’uomo e questo volatile è di lunga data e non sono bastati episodi di eroismo come quello di Cher Ami a ravvivare questo rapporto ormai logoro. Il piccione, infatti, vive in nostra compagnia da circa diecimila anni, cioè da quando siamo diventati agricoltori, trovando nelle fattorie una gran quantità di granaglie e spazi per nidificare. In cambio sono stati per molto tempo una fonte di uova, carne e concime.
Ma il piccione, come dimostra l’esempio di Cher Ami, ha dimostrato di avere altre qualità utili per l’uomo: grazie alla vista, ad un super olfatto e ad un notevole senso dell’orientamento, è in grado di ritrovare la strada per il nido a centinaia di chilometri di distanza. Insomma, il “topo volante” delle nostre città è un animale molto più intelligente e dotato di quanto non sembri a prima vista.
Dalle finestre di casa mia, questi pennuti sono parte del panorama quotidiano, specie d’inverno, quando svolazzano in numerosi stormi o si assiepano stretti stretti sui tetti per scaldarsi. E mi piacerebbe guardarli ancora con l’allegra spensieratezza di certe domeniche mattina, quando da bambino andavo a buttar loro il pane vecchio attorno alla fontana di piazza Roma, prima che la retorica del degrado rendesse questa abitudine un gravissimo reato.
Certo, sono anche bestie fetenti, che distruggono le mie piante per nidificare sul poggiolo, e li maledico ogni volta che mi ritrovo a pulire le montagne di merda che restano dopo che i cuccioli hanno preso il volo.
Ma poi mi vengono in mente gli alfieri del decoro, i valorosi combattenti anti degrado, quelli che i piccioni li schifano, come schifano i writers, gli accattoni e le biciclette contromano e perfino la neve, se osa cadere fuori dalle piste da sci. E penso sia proprio questo loro stare così serenamente sui coglioni alla “gente bene”, che alla fine a me i piccioni me li fa stare simpatici.

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