Arrivati alla fine, si ringrazia. Lo si fa alla fine di un libro, lo si fa ancora più spesso alla fine di un discorso, specie quando non si ha la minima idea di come concludere.

Questo quattordicesimo capitolo de “I coinquilini” è per ringraziare. Ma niente paura: non è per ringraziare e salutare. Certo, mi fa piacere ringraziare i sette lettori che hanno seguito fino a qui queste strampalate storie di pennuti così comuni nelle nostre città e allo stesso tempo così estranei. Quando ho iniziato ad abbozzarle, mai avrei pensato di metterne insieme una dozzina.

Questo quattordicesimo capitolo, in ogni caso, non è quello conclusivo. Ho assolutamente chiaro che non vale la pena proseguire all’infinito, allungando inutilmente il brodo, mancando di rispetto ai lettori. Ho altrettanto chiaro che, nelle mie pedalate quotidiane verso il lavoro, l’ispirazione potrebbe arrivare all’improvviso da un frullare d’ali o da inaspettate associazioni di pensieri. In bicicletta, il tragitto da casa all’ufficio è ogni giorno un viaggio diverso. Ovviamente se uno sa tenere i sensi e le emozioni all’erta.

Uno pensa che l’inverno sia la morte di ogni forma di vita, invece tutte le mattine lungo la pista ciclabile sono accolto da frotte di pennuti di ogni sorta: pettirossi, fringuelli, passeri, cinciallegre e naturalmente merli e tortore e cornacchie. Li trovo sempre lì, perché ho preso l’abitudine di lasciare qualcosa da mangiare sempre nello stesso punto.

Nelle scorse settimane, quando la mattina il prato e gli alberi erano ricoperti di ghiaccio, ho notato che qualcun altro aveva sparso sul marciapiede briciole di pane e semi. E questa piccola scoperta mi ha emozionato e rincuorato. Innanzitutto, perché ho capito che qualcun altro si è accorto di quelle allegre pattuglie di volatili e ha deciso di prendersene cura.

Ecco, proprio a lui o lei volevo dire “Grazie”.

Come volevo dire “Grazie” al misterioso cittadino (o alla misteriosa cittadina) che getta da mangiare ad una gang di piccioni in una delle vie residenziali più eleganti della città. Non dico dove, perché pare che nel capoluogo dare da mangiare ai piccioni sia proibito – mentre curiosamente non lo è avvelenare bambini con i gas di scarico delle automobili – però anche la scoperta di questo piccolo atto di civile ribellione mi ha fatto piacere.

Sono piccoli gesti, mica grandi imprese. Però mi fanno pensare che in giro ci sono persone qualunque, che riescono a filtrare il rumore sonoro e visivo della città fino ad accorgersi che non brulichiamo in un’asettica distesa di asfalto e cemento, ma siamo circondati in ogni momento da altri esseri viventi. Pennuti, roditori, erbacce che magari diamo per scontati o perfino combattiamo, ma che, guardati da vicino, con la pazienza di saperli comprendere, possono regalarci autentiche sorprese e qualche momento di autentica felicità.

2 risposte

  1. Tutti molto graditi.
    Aspettiamo la serie degli “alberi”, quanti ne noti lungo la tua strada, e quanti i cambiamenti stagionali e quante modifiche per un forte vento o la mano dell’uomo. Forza dai….

    1. Sai meglio di me che muoversi in bicicletta consente di godersi una miriade di dettagli, anche microscopici.
      In effetti avrei voluto raccontare di come, passando sempre davanti allo stesso praticello, giorno dopo giorno, ho visto con meraviglia spuntare, crescere e appassire un grosso fungo, come in quei video in time lapse. O di quando ho scoperto dove va dormire l’airone, quando non sta con le chiappe ammollo. Oppure ancora di quando ho avvistato una cornacchia aprire le noci con il suo geniale metodo (mi sono anche chiesto dove le va a prendere, le noci, e questa è un’altra storia).
      Poi ho diverse pagine già scritte sulle erbe selvatiche, che però tengo per me. E naturalmente sugli alberi, a cui in effetti mi piacerebbe dedicare qualcosa (la storia dell’albero di arance in corso del Popolo merita di essere scritta).
      Appena trovo un “perché” e un “come” scriverle, mi ci metto. Intanto grazie per il “Forza dai” di incoraggiamento, che è sempre utile per scacciare un po’ di stanchezza. 🙂

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