Vissuta dal punto di vista dei volatili, la notte di Capodanno deve avere un aspetto apocalittico.

Mi sono trovato a pensarlo lo scorso 31 dicembre, osservando dalla finestra del salotto i piccioni impazziti di paura, che scappavano disordinatamente da un palazzo all’altro, in cerca di riparo dal fragore e dai lampi dei fuochi d’artificio, come un esercito in rotta sotto i bombardamenti nemici.

Il giorno dopo, i quotidiani on line mostravano la triste fine di centinaia di storni nel centro di Roma, caduti stecchiti a terra durante l’Apocalisse di San Silvestro nella Capitale. Stroncati da infarti oppure schiantati contro case, finestre, fili elettrici, i poveri pennuti sono diventati un triste tappeto di cadaveri nel centro della città.

La convivenza tra gli storni e gli umani è resa piuttosto difficile principalmente dalla loro abitudine a vivere in grossi stormi, che colonizzano alberi e tetti e da lì inevitabilmente espletano le loro funzioni fisiologiche in libertà, tappezzando i marciapiedi di viscido guano. E’ comprensibile che non siano molto amati dai loro concittadini.

Per la verità, non è tra le specie di uccelli che mi capita di avvistare di frequente in città, nonostante i loro smisurati stormi siano facilmente riconoscibile. Però, qualche mese fa, mentre parcheggiavo la bicicletta nella rastrelliera arrivato al lavoro, uno storno ha deciso di attirare la mia attenzione. Ne ho riconosciuto il fischio, prima ancora di vederlo, appollaiato sulla grande struttura metallica che domina il vicino centro commerciale. Anzi, gli storni erano due, sicuramente la minuscola avanguardia di un ben più folto gruppo, imboscato chissà dove. 

Poi mi è venuto in mente che un paio di anni fa, in effetti, proprio in questa zona avevo avuto occasione di avvistare un enorme assembramento di questi pennuti. Ero in alto, in cima ad una giostra nel piazzale del Censer. Poco lontano, sullo sfondo del cielo al tramonto, era apparso sopra un terreno poco distante uno di quegli enormi stormi che questi uccelli riescono a comporre: si muoveva avanti e indietro, come fanno i banchi dei pesci per sfuggire ai predatori. Anzi, come un’unica creatura, fatta di una qualche materia eterea, sempre intenta a cambiare forma. 

Basterebbe la visione di quelle macchie fluttuanti di fitti, minuscoli puntini scuri sullo sfondo infuocato della sera, con il loro ipnotico, elegante ed armonico danzare, mutando continuamente aspetto, per imparare ad amare anche questi pennuti scagazzoni. 

Assistere nei video del Capodanno ad un identico stormo che sbanda impazzito come uno stampede volante tra le muraglie di palazzi del centro storico romano, in preda al terrore e al panico, mi è sembrata – quella sì – una spaventosa visione apocalittica.

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