Nel risvolto di un libro di mia nonna, una raccolta di poesie in dialetto ferrarese, il poeta Josè Peverati paragona il suo incontro quotidiano con un cardellino sull’albero di casa con la sua esperienza del divino. Perché il cardellino, sempre nascosto dal fogliame, gli si manifesta solo con il suo canto. Sa che c’è, anche se non l’ha mai visto.

Hanno qualcosa di mistico anche certi miei incontri nella nebbia, la mattina presto, quando pigolii quasi mormorati e rapide sagome grigie sono l’unica manifestazione possibile dei soliti pennuti lungo la ciclabile che mi porta al lavoro.

Alcune mattine la nebbia è così fitta che il paesaggio sembra appena un fondale piatto e monocromatico con silhouette di alberi, lampioni e ponticelli in controluce.

Ed è praticamente impossibile capire se quelle figure svolazzanti, che saettano da un cespuglio ad un albero in cerca di riparo, siano cardellini, pettirossi, cinciallegre o passeri. Sono solo vaghe figure scure, quasi spettrali, leste a sparire nel fogliame.

Ma nel fogliame li senti. E proprio nelle mattine nebbiose, quando tutti i suoni sembrano ovattati e persino il tempo pare rallentare, quel timido cinguettare invisibile tra i rami mi sembra confortante.

E’ una sinfonia spezzettata, difficile da restituire con la parola scritta, che va dal pigolio cristallino della cinciallegra al gracchiare roco della cornacchia, dal fischiettare del merlo al verso ticchettante della gazza. Si chiamano l’uno con l’altro, quasi a stringersi vicini vicini per sopportare il gelo, o magari si avvisano che sta succedendo qualcosa, o ancora semplicemente fanno filò per passarsela via, per dimenticare il freddo e le giornate buie.

Confortante, questo canticchiare, lo è sicuramente per me. E ringrazio sempre la possibilità di spendere quei dieci minuti a contatto con la natura ogni mattina, anche quando la temperatura fa battere i denti. Sentire i cinguettii degli uccelli tra i rami, quando tutto intorno sembra morto e immobile, mi ricorda che anche il peggiore inverno presto o tardi finirà.

E’ una leggerezza dell’animo che difficilmente si potrà mai raggiungere, stando appollaiati nel confortevole abitacolo di un’automobile.

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