C’è una forma di miopia diffusa e apparentemente inguaribile che colpisce selettivamente i politici e i burocrati più dei cittadini comuni. È una patologia antica, già citata nel Vangelo, e si trasforma nel famoso proverbio della trave nell’occhio. L’evoluzione storica ha mantenuto la trave, irrobustendola, ma l’ha spostata dall’occhio ad un altro orifizio, più basso, che sfortunatamente ci appartiene comunque.

Ormai siamo, non so quanto sia giustificato, costretti da norme, regole e raccomandazioni che precisano tutto, sono intagliate nella famosa trave e a causa del posizionamento posteriore facciamo fatica a leggerle, queste norme, ma si sa: “ignorantia legis neminem excusat ” (tranquilli: non c’entra nulla con Eminem). Dalla nascita alla morte siamo controllati.

Con il pretesto della sicurezza non possiamo sostituire nemmeno la spina del frigorifero: se si guasta dobbiamo lasciare marcire il cibo nell’attesa che un elettricista patentato effettui la riparazione. Con l’ossessione del politically correct non possiamo usare, nemmeno per sbaglio e senza malizia, il termine disabile, che dimostra inequivocabilmente (ma siamo sicuri?) disprezzo per i meno fortunati. Anche se per anni abbiamo prodotto formaggi meravigliosi nella malga dolomitica, oggi dobbiamo accettare che un imbecille mandato dal distretto sanitario, che non sa nulla di tecnica casearia, ci dica cosa si può e cosa non si può fare.

C’è sempre una regola, magari idiota, ma c’è, per qualsiasi cosa. Peccato che la realtà sia diversa: guai a cambiare la spina da sé, ma nessuno controlla seriamente come sono prodotti in estremo oriente gli elettrodomestici per la grande distribuzione: a Costantino apparve la scritta “in hoc signo vices”, noi più prosaicamente saremo folgorati dall’elettrodomestico low-cost, ma sotto l’egida del marchio “CE” nel cerchio di stelle UE cui rivolgeremo lo sguardo morenti. E i diversamente abili ora possono spingere le loro carrozzelle fieri di essere chiamati così e non disabili o, orrore, portatori di handicap! Peccato che però nessuno di coloro che si sono stracciati le vesti per la corretta denominazione (quasi si trattasse dei prosciutti DOC) si sia poi preoccupato di far costruire le rampe di accesso negli edifici pubblici, nelle stazioni o sui marciapiedi per quelle stesse carrozzelle. Se poi parliamo del formaggio, fortunatamente ci sono i prodotti delle multinazionali, quelli che durano 6 mesi (!) per sostituire l’asiago d’alpeggio definito velenoso.

Ma c’è di peggio, questa miopia ha altri effetti perversi, ben più gravi: parliamo di vita e di morte, letteralmente. La nostra infame classe politica, i burocrati e i funzionari immondi dell’unione europea investono tempo e fiumi di denaro per decidere se il “Tocai” dovrà chiamarsi “Friulano” litigando come Galileo con il Papa, ma non trovano mai l’occasione per definire seriamente, nemmeno a grandi linee, l’attività delle ONG e delle Onlus che di fatto si occupano della vita e della morte delle persone. Queste entità gestiscono assistenza nei paesi poveri, si occupano dei migranti, mandano cooperanti in ogni angolo del mondo legittimati il più delle volte dal vago ed onnicomprensivo concetto del “facciamo beneficenza”. Possibile che non ci siano regole chiare, albi e categorie differenziate per ambito di attività cui iscriversi previo controllo, attività ispettive che verifichino e controllino l’attività? La normativa esistente è vaga, contraddittoria e lacunosa.

Non discuto sul fatto che nella maggioranza dei casi questa galassia di enti, organizzazioni ed associazioni agisca spinta da motivazioni nobili, ma mi chiedo perché non ci sia alcuna forma di controllo serio ed efficace. Ci sono strutture gestite in modo tale che la sicurezza delle persone presenti non è tutelata, ci sono navi nel mediterraneo di cui non sappiamo nulla, che incrociano senza controllo nelle acque prossime al Nordafrica e imbarcano chiunque senza rispettare alcuna procedura e senza identificare chi siano in realtà i migranti. Se voglio aprire un laboratorio per fare il calzolaio nella mia cittadina devo ottemperare ad una serie di regole che nemmeno la Nasa impone quando deve costruire una rampa di lancio.

Ma se devo mandare “volontari e/o cooperanti” in paesi a rischio praticamente non devo rendere a conto a nessuno e se le cose vanno male, se ci scappa il morto o se qualcuno viene rapito, beh, pazienza. Tanto una motovedetta della guardia costiera , un volo di stato o un riscatto da qualche milione di Euro non si nega a nessuno. Chissà se i banditi somali rilasciano fattura… almeno lo scontrino fiscale, per par condicio con il povero calzolaio artigiano.

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