La percezione di “libertà”, intendo del reale significato di questa parola e delle sue implicazioni, è cambiato profondamente. Sono mutati i costumi, gli stili di vita, è cambiato ciò che viene percepito come limitazione alla libertà e in questo processo la propaganda e i media collegati al liberismo hanno giocato un ruolo fondamentale. Assistiamo a una crescente insofferenza nei confronti delle limitazioni, talvolta discutibili ed imperfette come sono necessariamente le misure urgenti nei confronti della pandemia virale, un fenomeno, rammentiamolo, molto pericoloso e con pochi precedenti.

Queste misure di contrasto sono vissute come un’interferenza inaccettabile nelle prerogative e nei diritti individuali. Molti si ribellano e vogliono tornare subito a quella normalità che, apparentemente, secondo loro coincide con la “libertà”. Ma questi paladini dell’autonomia, del libero arbitrio, sono convinti davvero che in quella normalità tanto agognata sia loro concessa facoltà di scelta? Siamo un popolo che ha accettato passivamente la dittatura della grande distribuzione, dei marchi industriali, dei modelli di comportamento imposti dai mass media. Siamo liberi di decidere se fare la spesa alla Coop o alla Despar, se ostentare il Rolex o la Mercedes, se partecipare alle transumanze estive o ai megaconcerti dei profeti di turno, se preferire lo spritz con il Campari o con l’Aperol durante il rito supremo di libertà che oggi ci viene ingiustamente e pretestuosamente negato: l’apericena, la quintessenza dell’indipendenza, la pietra miliare della civiltà del terzo millennio.

Non siamo liberi nemmeno di sceglierci i rappresentanti: i nostri leader politici sono stabiliti dalle segreterie dei partiti, mica dagli elettori, quelli scelgono su liste bloccate. E chi viene trombato ha comunque la possibilità di trovare una presidenza di ente locale, una poltrona da dirigente nel parastato, nelle famigerate municipalizzate, non siamo liberi neppure di mandarlo a zappare come meriterebbe, lo dobbiamo mantenere a vita con qualche lucrosa sinecura. L’uso del contante viene demonizzato: in questo modo siamo costretti ad usare (previa commissione alle banche) i pagamenti elettronici, suscettibili anche a distanza di anni di trasformarsi nella prova di gravissimi reati fiscali grazie all’interpretazione fantasiosa del personale dell’agenzia delle entrate che brilla, molti di noi l’hanno sperimentato, per incompetenza, arroganza, malafede ed irresponsabilità.

Non siamo liberi di decidere come vengano usate le tasse che paghiamo: vorremmo ospedali e ci propongono opere faraoniche, vorremmo asili e scuole pubbliche efficienti e acquistano aerei da caccia, e a rincarare la dose in questa tragedia c’è sempre qualche legionario (secondo Eco) pronto a stracciarsi le vesti al primo accenno di critica alle apparizioni carnascialesche di generali in divisa per risolvere (?) i problemi organizzativi (fanno rammentare le soluzioni trovate per la Grecia dei colonnelli, l’Argentina, il Cile…). Accettiamo tutto questo, assorti nelle applicazioni dei nostri smartphone, ma guai a vietare temporaneamente lo struscio, l’accesso allo Stadio… questa è dittatura!

Qualcuno affermerà, dimostrando insospettabile sagacia, che queste misure danneggiano l’economia, è vero, ma quello è un altro paio di maniche, sono assolutamente convinto che i ristori siano doverosi, mi limito a osservare che anche 500 morti al giorno una certa rilevanza ce l’hanno e che d’altro canto il paradiso terrestre pre-Covid sperimentava già lo stillicidio di migliaia di imprese soffocate dai tentacoli di Bezos o di Carrefour, ma quella è la perfetta “normalità”.
Concordo con i legionari solo su una cosa: essere schiavi con l’aperitivo in mano un suo fascino ce l’ha ed è più gradevole che soffrire a gola secca.

2 risposte

  1. Non riesco a capire se il tono di questo articolo sia ironico o no. Nel caso non lo fosse mi trovo a dissentire su questo punto:
    1) L’uso del contante viene demonizzato: in questo modo siamo costretti ad usare (previa commissione alle banche) i pagamenti elettronici, suscettibili anche a distanza di anni di trasformarsi nella prova di gravissimi reati fiscali grazie all’interpretazione fantasiosa del personale dell’agenzia delle entrate che brilla, molti di noi l’hanno sperimentato, per incompetenza, arroganza, malafede ed irresponsabilità.
    Trovo irriguardoso questo passaggio sia nei confronti del personale dell’Agenzia delle Entrate sia nei confronti di chi, come il sottoscritto, detesta gli evasori fiscali e considera l’uso della moneta elettronica un ottimo modo per costringere negozianti e fornitori a far emergere i propri redditi!

    1. Innanzitutto grazie per il commento, rispetto al quale vorrei precisare un paio di cose. In primo luogo va chiarito che non condivido il funzionamento del sistema bancario ed i criteri attraverso i quali il ministero delle finanze, e a caduta le varie realtà che se occupano, tentano di controllare il pagamento delle imposte, dirette e indirette. Con riferimento alle banche non si capisce perché esse debbano percepire un aggio sui pagamenti elettronici senza peraltro fornire servizi particolari e tantomeno garanzie. Godono di una posizione di rendita, ma se si verifica un problema se ne lavano le mani: “si rivolga all’istituto che emette la carta…” e poco importa se il malcapitato ha un rapporto diretto con un determinato sportello. Per fare emergere i redditi ci sono molti sistemi: sono decenni che intere categorie di imprenditori dichiarano guadagni inferiori a quelli dei loro dipendenti pur vantando proprietà immobiliari cospicue (è solo uno dei tanti esempi), ma nessuno interviene, nemmeno quando i numeri parlano chiaro. Quanto al personale dell’agenzia delle entrate, sono stato personalmente vittima di un accertamento dovuto al fatto che il funzionario, nell’esaminare la mia denuncia, non aveva controllato tutti i “quadri” e riteneva, erroneamente, che fossi un evasore. Non mi è stato MAI comunicato il motivo preciso per cui ero “indagato”, ho dovuto (con il supporto del mio commercialista) presentare una quantità di documenti enorme, mi sono presentato 5 volte presso l’ufficio per poi sentirmi dire che “non serviva” che tornassi. Quando ho chiesto che mi venisse consegnato un documento in cui si dichiarava che il procedimento nei miei confronti era stato eseguito senza che fossero emerse irregolarità, mi è stato risposto che “non era possibile e che dovevo attendere il termine quinquennale entro il quale il periodo fiscale in esame sarebbe stato in qualche modo condonato”. Potrei portare decine di esempi di questo tenore, il che non significa che abbiano ragione gli evasori, ma che piuttosto non è questo il modo per contrastare l’evasione e l’elusione e non è certo affidando questo compito a soggetti come quello in cui mi sono imbattuto io che si migliora il rapporto tra cittadini e fisco. Avremmo bisogno di ospedali, ma la politica decide di acquistare (con il denaro dei contribuenti) aerei da caccia: pensa che questo spinga i lavoratori a pagare volentieri le tasse? Se tuttavia riteniamo che la società in cui viviamo non possa essere messa in discussione, che le banche abbiano sempre ragione e che l’agenzia delle entrate si possa comportare come lo sceriffo di Nottingham perché “gli italiani sono tutti evasori”, beh, allora forse ha ragione lei.

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