Conversazione con Pupi Avati

C’è un confine lieve, eppure ben definito, tra la realtà e l’immaginazione. Una linea che gli esseri umani possono attraversare, guadare, e poi, dirigere lo sguardo.
Pupi Avati è un grande regista italiano che ha sempre visto nel cinema la possibilità di entrare nel fantastico, dove il tempo galoppa libero e le persone sognano.
Ha attraversato un bel pezzo di Novecento, la folgorazione sullo schermo l’ha avuta con Federico Fellini, ha il gusto della parola, e dell’immagine impossibile che diventa possibile.
Ha appena concluso nei dintorni di Ferrara le riprese del suo nuovo film, Lei mi parla ancora, un racconto d’amore, di una lunga storia di vicinanza tra due persone, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Sgarbi.

Di Pupi Avati tra pochi giorni uscirà il nuovo romanzo, e intanto lavora ad imprese nuove.

Ascoltare l’idea di racconto e di cinema di un regista come Pupi Avati è un’umile lezione di vita da prendere dolcemente. C’è nelle sue parole un’immagine precisa di cos’è la settima arte, di cosa significa scrivere e raccontare.
Perciò, questa conversazione smuove gli occhi dal torpore della realtà, li solleva oltre quella linea impercettibile e salda, e li porta nel mondo fantastico e possibile di un maestro dell’impossibile.

La conversazione si è svolta negli ultimi giorni delle riprese del film.

Sta girando un nuovo film Lei mi parla ancora. Che film è?

È un film sentimentale, romantico, un film che racconta la storia di un matrimonio che è durato sessantacinque anni e che a un certo punto si interrompe perché la moglie muore, e lui, il marito, rimane solo. Racconta il senso dell’assenza, di come questo uomo cerchi di supplire all’assenza della compagna della sua vita, della persona che gli è stata accanto per sessantacinque anni, illudendosi, costringendosi a immaginare che in realtà lei non se ne sia andata del tutto.
Quindi, Lei mi parla ancora è un po’ la sintesi di questa ultima spiaggia che l’essere umano ha: l’immaginazione.
Quando non c’è nessuno più presente dell’assente, in che modo l’assente è presente? Lo è attraverso l’immaginazione di chi lo ricorda, lo ricrea, lo riproduce dentro la sua mente.
Questo vecchio è indotto dalla figlia a scrivere di lei, della moglie, un lungo resoconto della loro storia d’amore, da quando si conobbero a quando se ne è andata. In questo modo lui la trattiene.
Ecco, penso che noi nei riguardi dei nostri cari abbiamo questo dovere, questo obbligo sacrale: quello di conservarli, di cercare di mantenerne la memoria.
In questo modo non se ne vanno definitivamente, come la società del presente, la cultura del presente, in qualche modo sostiene, e cioè che con la morte finisca tutto.
C’è un’idea, che sarà indegna, sarà puerile probabilmente, ma è necessaria e profonda nell’essere umano: illudersi che le persone non se ne vadano per sempre.

È un bel pensiero, forse è un pensiero che ci salva in qualche modo…

Ma questi pensieri sono osteggiati dalla cultura del presente in un modo feroce, bieco, definitivo. Non si capisce perché, questo proselitismo nei riguardi della laicità di tutto, abbia avuto così successo.
Perché poi fa vivere l’essere umano peggio, non lo fa vivere meglio. Non è terapeutico pensare che con la mia morte finisco definitivamente.

Il film si ispira al libro Lei mi parla ancora di Giuseppe Sgarbi.

Sì, il film racconta soprattutto come questo libro sia nato. Come si siano andate a combinare due situazioni: questo vecchio ha la necessità di riempire le sue giornate nell’assenza della moglie, ed è indotto dalla figlia a scrivere un libro.
Ma è vecchio, ha problemi di vista e, pur essendo un uomo molto colto, in realtà non ha mai scritto nulla. E allora, provvede la figlia, mandandogli un ghostwriter, un giovane scrittore, che raccolga i suoi racconti e li traduca, li scriva, li sbobini e li faccia diventare poi quel romanzo che è diventato.
Il film racconta l’incontro con questo giovane scrittore, aspirante romanziere, che non riesce a pubblicare niente di suo e che, in qualche modo, pubblicherà per la prima volta un romanzo, ma non suo.

Il romanzo di Giuseppe Sgarbi…

Sì, però non è il film degli Sgarbi. Gli Sgarbi sono sullo sfondo.

Per la realizzazione del film i figli, Elisabetta e Vittorio, sono stati d’aiuto?

Elisabetta è stata consulente nella parte della scrittura.
Perché la scrittura non riguarda soltanto il romanzo, ma come il romanzo è stato scritto; queste informazioni nel libro non c’erano e io le ho tratte in gran parte da lei.
Però, dal romanzo dovevo trarre un film mio. Cioè, un mio romanzo, e quindi ci sono anche molte cose che ho intuito, immaginato, inventato. Con l’approvazione poi di Elisabetta.
Vittorio Sgarbi, invece, è un personaggio così funambolico, per cui, ha apprezzato il fatto che facessi un film dedicato ai loro genitori, non si è messo certamente di traverso ma, con le tante attività che svolge, non c’era da immaginare partecipasse. Io d’altra parte non l’ho mai consultato. Certe volte è stato lui a incuriosirsi.
Ma nel mio film, ripeto, è molto molto sullo sfondo. Si capisce e non si capisce che è lui.

Certo, è un film sui genitori.

È un personaggio che occupa un intero schermo. E poi, la nostra preoccupazione è che non sia un film sugli Sgarbi.
Con tanti personaggi che ci sono (mi appresto a fare un film su Dante Alighieri), un film sugli Sgarbi mi sembra un po’ prematuro.

Abbiamo parlato di scrittura, quella di Lei mi parla ancora; ma, per esempio, Il Signor Diavolo è tratto da un suo romanzo, e lei è lo sceneggiatore dei suoi film.

Sono l’autore di tutti i film che faccio. Non c’è un film che non nasca da una mia suggestione narrativa.

Che rapporto ha con la scrittura?

La scrittura è il film. La forza del film è il racconto, è la storia che racconta.
Quando lei vede certi film pieni di funambolismi, ricchi di tecnologie, di cose sorprendenti, molto spesso occultano una mancanza di storia. Le storie vere, quelle che l’hanno emozionata al cinema, sono quelle dove invece c’è il racconto di partenza, che nel cinema si chiama il “soggetto”; neanche la sceneggiatura, ma il soggetto, quel raccontino fatto di poche pagine.
Ecco, quello è il cuore.
Il film si giova di quel cuore là. E quel cuore là, ad un certo punto può avere delle fibrillazioni, dei mancamenti, addirittura può subire degli infarti o dei danni, e il film naturalmente ne risente in modo definitivo, determinate.
Ci sono film con budget minimali, veramente di bassissimo costo, che ti commuovono e ti rimangono nel cuore. Ci sono film che hanno costi pazzeschi, con cast luccicanti, straordinari che non ti danno niente, ti lasciano completamente indifferente, e che rimuovi entro pochi giorni.
Ecco, la differenza è quindi la scrittura. È così per i romanzi, per tutto quello che si scrive, per le poesie, per tutto. La scrittura è veramente il punto di partenza, ma anche di arrivo, di qualunque proposta cinematografica.

Dunque, la scrittura è importante, in generale e in un film.

È difficilissimo fare un bel film da una brutta sceneggiatura, è quasi impossibile.
Mentre è impossibile fare un brutto film da una bella sceneggiatura, per quanto gli attori recitino male, per quanto i mezzi siano modesti, per quanto l’ambientazione non sia straordinaria, lussureggiante. Però, se c’è una grande storia sotto, se c’è veramente qualcosa che coinvolge e in cui ti riconosci, ecco, il film funziona.
A proposito di scrittura, il 24 settembre esce un mio romanzo.

Bellissimo. Dica…

Non voglio dire che sia esattamente il seguito de Il Signor Diavolo, ma in qualche modo lo è.
Si chiama L’archivio del Diavolo (Solferino Editore, ndr) ed è stato scritto durante i tre mesi della pandemia.
La mia idea sarebbe quella di fare una trilogia del male, dunque questo secondo romanzo si riallaccia innanzitutto a Il Signor Diavolo, dove abbiamo lasciato sotto il pavimento di una chiesa un povero cristo con il cadaverino di una bambina, sepolti là sotto.
Cosa è successo dopo, lo dico nel secondo libro.
Tutto però è integrato con una serie di altre cose che hanno a che fare con il male e con il demoniaco, con qualche ambizione letteraria in più, rendendo il romanzo più colto rispetto al primo. Ci sono soprattutto delle allucinazioni ipnagogiche.

Di cosa si tratta?

Sono quelle immagini che ci raggiungono all’inizio del sonno, fatte di volti e luoghi a noi totalmente ignoti.
L’archivio del Diavolo è incentrato su questo giacimento di immagini che sta da qualche parte nel nostro inconscio, immagini che non attengono alla nostra esperienza diretta.
Esistono dei disturbi di telepatia che alla fine dell’Ottocento venivano considerati un patrimonio collettivo, immaginifico, perciò, nel libro c’è anche questo aspetto pseudoscientifico.

Scrivere il libro nei giorni della pandemia cos’ha significato?

Scriverlo in quei giorni mi ha dato il vantaggio di comporre un libro inquietante in un silenzio profondo, quello della casa, delle strade, del telefono… in uno stato di tempo sospeso.
Probabilmente un libro così non avrei potuto scriverlo oggi, restituito alla quotidianità di una vita fatta di cose che intervengono continuamente. Ecco, è stata una full immersion in questa dimensione un po’ allucinatoria.

Visto che continuiamo a parlare di scrittura, la porto un po’ indietro.
Lei ha collaborato alla stesura della sceneggiatura di Salò e le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini.

Sì.

Che esperienza è stata?

È stata un’esperienza orrenda e meravigliosa. Orrenda perché, di tutti i film di Pasolini, è il film che meno amo. E poi, anche per Pasolini era il film più doloroso. Quindi, io certamente non ho partecipato alla sceneggiatura di un film straordinario come Accattone o come I racconti di Canterbury, insomma i film più gioiosi. Ma ho partecipato al film più funereo, più definitivo, più doloroso, più atroce.
Considerata la mia natura, la mia visione delle cose del mondo, era il film più lontano da me che si potesse scrivere. E quindi mi sono fortemente violentato, ma ero talmente lusingato di far parte di quel trio, che era fatto da Sergio Citti, da Pasolini e da me. E poi, oltre ad essere lusingato di scrivere un film con e per Pier Paolo Pasolini, c’era anche un aspetto economico da non sottovalutare, per cui non potevo dire di no.

Certo…

Però c’è un segreto: io il film non l’ho mai visto. Cioè, ne ho visto il primo quarto d’ora e poi sono uscito, perché è un film che non riesco a vedere.
Un po’ perché mi ricorda quei giorni a via Eufrate numero 9, a casa di Pier Paolo, dove andavo tutti i mercoledì (quindi doloroso per quell’aspetto), ma anche perché è un film tremendo. È un film a mio avviso orrendo, invedibile.
Ma credo che Pasolini volesse proprio questo: essere totalmente repulsivo.

Com’è stato scrivere con Pasolini?

Scrivere con Pasolini è stata la cosa più semplice del mondo. Perché i grandi talenti, le grandi personalità, hanno un nitore intellettuale per cui le cose che dicono le percepisci immediatamente, non ci sono sbavature, non ci sono zone d’ombra, zone in cui tu puoi in qualche modo equivocare quello che ti viene detto. Vai a casa a fare il compito, e il compito è sempre giusto.

C’è qualche altro autore per cui ha scritto e che le è rimasto impresso?

Mi sono trovato a scrivere per altri registi che avevano le idee così confuse, per cui non andava mai bene quello che scrivevo. Esperienze negative.

Ha cominciato a fare cinema per passione?

No, non era una grande passione. Naturalmente, essendo nato in provincia, chi è che in provincia non vorrebbe fare cinema? È una passione condivisa, penso che tutti i ragazzi del mondo (adesso forse non più, vogliono fare altre cose) allora volessero fare cinema.
Ma io, soprattutto, mi decisi a compiere la scelleratezza di abbandonare un lavoro sicuro alla Findus, dove ero direttore commerciale (mi occupavo di surgelati e quindi avevo una sicurezza e una prospettiva di vita certa, con una famiglia e già due figli), quando vidi Otto e mezzo di Fellini, e quel film mi ha cambiato completamente la visione del cinema.

In che modo?

Mi ha fatto vedere il cinema dal di dietro, da dietro lo schermo, da dentro lo schermo. Mi ha fatto capire che il cinema poteva essere qualcosa attraverso cui potevo parlare di me stesso, in un modo veramente autentico e menzognero. Insomma, in un insieme di prospettive e di angolazioni che nessun altro mezzo ti dà.

Nel suo cinema ci sono molti film thriller, horror. Va bene definirli così?

Noi li abbiamo un po’ nobilitati definendoli film gotici.

Da dove viene la sua propensione al gotico?

Mi viene dalla cultura contadina nella quale ho trascorso i primi anni della mia vita da sfollato durante la guerra. È in quel tempo che ho maturato questa visione, questa attrazione che ancora provo nei riguardi del fantastico, dell’impossibile, dell’improbabile, dell’impensabile.
Sono ancora suggestionato da qualche cosa che va oltre la realtà. A me la realtà sembra molto, molto deludente, in generale. Non mi eccita più di tanto, non mi incuriosisce più di tanto. E poi, da quando c’è la televisione, la realtà l’abbiamo in diretta.

Il cinema invece?

Compito del cinema non è quello di testimoniare il reale (il reale è già testimoniato da se stesso), ma è quello di farci vedere ciò che nessuno di noi vedrebbe se non attraverso, appunto, questo strumento magico che è il cinema; che ci dilata le situazioni e ci può trasportare veramente attraverso tempi che non sono quelli della realtà.
Il cinema dà l’opportunità di raccontare, come sto facendo per esempio adesso, il presente e il passato simultaneamente, mi auguro attraverso un tasso di verosimiglianza, di credibilità molto forte.

La sua città, Bologna, è l’ambientazione di diversi suoi film, così come le terre emiliane e romagnole sparse intorno. Compresi i film gotici, penso a La casa dalle finestre che ridono, girato nel ferrarese.

Sì, nelle Valli di Comacchio. Anche Il Signor Diavolo, alcune parti di Zeder e altri.
Sono i territori della nostra regione rimasti più incontaminati, perché la modernità lì non è intervenuta, non ha avuto la possibilità di massacrare. Se invece lei va nella lunga fettuccia che connette Bologna a Piacenza, quel territorio è tutto ormai inquinato dalla modernità, da capannoni, svincoli, superstrade. Non ritrova più l’Emilia che io cerco continuamente, l’Emilia della mia infanzia.
Invece, quando viene nelle valli qua attorno… Già Ferrara è una città che, contrariamente a Bologna, ha mantenuto stranamente un rapporto fortissimo con il passato, un rispetto e un’attenzione per quello che è stata. Credo che Ferrara sia la città più bella dell’Emilia.
Nello stesso tempo, se vuoi comprarti un iphone 10 (ammesso che ci sia l’iphone 10, non lo so), a Ferrara lo trovi. Voglio dire, non è una città anacronistica, fuori dal tempo. È una città che ha mantenuto un rapporto col passato e col presente simultaneamente.
È quello che avrebbe dovuto fare questo paese meraviglioso che è l’Italia. In certi territori questo non è avvenuto.

Fuori dalle città, la bassa padana, le Valli, Comacchio, il Delta del Po, questi luoghi cosa sono per lei, da un punto di vista cinematografico e personale?

Ho fatto un film, Le strelle nel fosso, girato interamente in queste zone. È totalmente ambientato a Volano, dentro la valle, in una casa in mezzo all’acqua.
In questo film c’è la summa di tutte le favole settecentesche sulla morte. È uno dei film poeticamente, forse, più riusciti di tutta la mia filmografia.
Quindi, considero il Polesine, il Delta del Po, uno dei luoghi più meravigliosi che abbiamo. E fortunatamente è stato anche molto ben protetto, difeso. Lì non trovi le deturpazioni che invece troviamo in alcuni contesti anche urbani, come in certe parti di Bologna.

Cos’hanno di diverso i territori del Delta?

Sono i più fiabeschi, i più evocativi. Quelli dove veramente il tempo non c’è. Vai lì, percorri uno degli argini e chiedi al tuo compagno di viaggio in che tempo siamo. Siamo nell’anno 1000 o nell’anno 2300? Non puoi dirlo.
Rimarranno perennemente così. Ce lo auguriamo. Vedi soltanto acqua, nuvole, aironi, qualche casa in mezzo all’acqua. C’è un silenzio meraviglioso, ci sono tramonti strepitosi, insomma, è un territorio unico. Non so in Italia quali regioni vantino una situazione analoga.

Lei è da quelle parti a girare Lei mi parla ancora. Girate a Ferrara o lì vicino?

Siamo attorno a Ferrara, in città abbiamo già girato e gireremo pochissime cose. Questo è un film ambientato in campagna, in una villa di campagna a Ro Ferrarese.
Gli interni però lì abbiamo fatti tutti a Cinecittà, a Roma.

Tra Il Signor Diavolo e il nuovo film, nel mezzo, c’è una pandemia. Con che umore ha deciso di girare?

Il film era programmato da due anni. Non è nato dalla pandemia. Semmai, la pandemia ha posticipato le riprese. Doveva partire il 28 marzo ma, naturalmente, è stato tutto bloccato, ritardato. Adesso ci sono le condizioni di controllo per il covid, tutte rispettate dalla troupe, abbiamo due commissari che stanno sul set con noi tutto il tempo (stanno anche in albergo con noi), e io faccio il tampone ogni tre giorni.

A parte le difficoltà pratiche dettate dalle regole e dalla prudenza?

Quando giro i film non avverto nulla se non il tasso adrenalinico che si prova. Sul set è tale che, quello che accade all’esterno, ti arriva molto molto attutito, attenuato, come un rumore di fondo molto lontano.
Naturalmente, non è che non guardi il telegiornale. Le notizie possono preoccuparmi, ma in modo ragionevole. Non era immaginabile che non ci fosse una leggera recrudescenza. Non poteva passare così. I numeri che ci sono ora, sono assolutamente compatibili con la ripresa di tutte le attività. Con l’inizio delle scuole aumenteranno ancora un po’, ma è importante che rimangano contenuti, sotto controllo, come ci stanno dicendo che è.
Quindi, senza nessun allarmismo. Abbiamo già pagato mi sembra, no?

Sì, molto direi. Speriamo di avere anche riflettuto un po’.
Lei intanto sta pensando a un altro film, ne ha accennato prima…

Dovrei fare la vita di Dante Alighieri, per i settecento anni dalla morte, a novembre.
Ma siamo ancora a metà del guado. Dunque, ne parlo con la prudenza di chi non ha ancora in tasca il contratto.

Credits foto: il regista Pupi Avati.
Si ringrazia DueA Film per la gentile concessione delle immagini.

2 risposte

  1. Bellissima intervista. Pupi Avati è una persona speciale. Profonda, eclettica, colta, sensibile, appassionata. Lei è riuscita a far brillare tutte queste virtù. Complimenti.
    Non vedo l’ora di andare a vedere Lei mi parla ancora.

    1. Gentile Maurizio, è come dice, Pupi Avati è straordinariamente sensibile, appassionato, colto; con uno sguardo profondo sul mondo, sulla vita e oltre confine.
      Conversare con lui è stato impagabile, ciò che ne è uscito è frutto della sua naturalezza e bellezza. Grazie davvero, Elena.

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