L’epidemia ha cambiato le prospettive.
La nostra percezione del reale non è più quella di qualche giorno fa, la vita intorno a noi è diversa, proviamo un’angoscia sottile, quasi un senso di colpa, se pensiamo ai paradigmi della normalità precedente: ci sembrano vuoti, inutili, drammaticamente inadeguati.
Adesso gli spot pubblicitari tradiscono tutta la loro superficialità: gli scenari stucchevoli dei profumi alla moda non riescono più a nascondere l‘assurdità artificiosa, propongono un canovaccio scritto in fretta e recitato su un palcoscenico di terz’ordine, con le quinte abborracciate alla meglio e gli sfondi con le montagne che sembrano i cartoni per le foto ritratto destinate alle fidanzate dei militari in guerra, ai figli emigrati. Le foto di studio in bianco e nero dei primi anni del secolo scorso.
E le auto? Promettono una mobilità che oggi appare inutile, negata. Sono più belle che mai, piene di elettronica, di gadget, di accessori, ma ora non le compreremmo nemmeno a rate e senza anticipo. La normalità che solo ieri accettavamo senza difficoltà, oggi ci appare insopportabile.
C’è un brutto spettacolo in onda, un serial dove i morti continuano ad aumentare con una trama nella quale tutti abbiamo perso qualcuno che conoscevamo. Non possiamo cambiare canale e nemmeno spegnere il televisore, c’è qualcosa là fuori che non si arrende e con cui dovremo fare i conti.
Con la politica, forse, va ancora peggio.
Il chiacchiericcio becero dei mesi scorsi ci sembra inconsistente, pretestuoso, remoto.
Un azzuffarsi futile di personaggi che non hanno la reale consapevolezza di cosa sia questo paese e tanto meno delle sue reali esigenze, mascheroni di cartapesta crollati alla prima reale difficoltà.
Ci restano, nell’ordine, la famiglia e gli amici, con loro non possiamo barare.
La convivenza forzata, le pressioni esterne si trasformano in una sorta di crudele gioco della verità: cadono alibi e finzioni, si arriva all’essenza delle relazioni, nel bene e nel male. 
E questo piccolo mondo ristretto, che tuttavia è diventato il nostro temporaneo universo, si può rivelare come il porto sicuro o come l’inferno, e la verifica è inappellabile.
Abbiamo promesso a parenti ed amici che la nostra vita “dopo” sarà diversa, sarà migliore, l’abbiamo promesso anche a noi stessi e da bravi mancatori di parola quali siamo ci smentiremo presto.
Alla fine di tutto seppelliremo i morti e non ci faremo mancare neppure la retorica di rito, scenderemo in piazza a festeggiare la ritrovata libertà, la fine dell’assedio. Festeggeremo l’eclissi di quello che ci sarà sembrato un incubo e accoglieremo felici quel ritorno alla mediocrità, ad una condizione più adatta alla nostra barbarie. E tutti quei morti? Nessuna responsabilità, si tratta semplicemente di vitelli sacrificati a divinità crudeli, perché ci consentiranno di riprendere la vita precedente, quella che a parole abbiamo negato, spaventati dalla malattia, ma che in realtà rivogliamo con tutte le nostre forze.
Festeggeremo nelle piazze la ritrovata libertà, quella che abbiamo reclamato dai balconi, scordando che l’abbiamo ipotecata già da tempo.
Nell’ebbrezza della festa ci sarà qualcuno che ci convincerà a portare dentro le mura un dono misterioso… un cavallo di legno, grande e inquietante, su di un carro con le ruote.

Mario Bellettato è nato ad Adria nel 1956. Dopo gli studi classici e la laurea in giurisprudenza ha intrapreso una carriera manageriale che lo ha portato a lunghe permanenze all’estero. Ha lavorato come copywriter per alcune agenzie di pubblicità e si è occupato di formazione per l’Unione Europea. Ha pubblicato con Apogeo il romanzo Il sognatore. Sulla rivista REM tiene da molti numeri la rubrica Sapori & Saperi.

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