C’è un tocco perfetto che rende le inquadrature affreschi, la luce densa, a tratti abbagliante e poi sinuosa e soffice come un crepuscolo. I corpi degli attori sono figure precise, eleganti e definite come il tratto di china lasciato sui fogli bianchi da Reynolds Woodcock, stilista del silenzio e della presunzione.

È la prima cosa che ho pensato quando la storia ha cominciato a scorrere sui miei occhi. I toni e la morbidezza avevano il sopravvento sul rumore un po’ acre prodotto dal pennino metallico sulla carta spessa. La seconda cosa arrivata ai pensieri è stata proprio il rumore. Un brusio sporco di sottofondo che non mi lasciava in pace, languida dentro il racconto.

Il filo nascosto è l’ultimo film del regista Paul Thomas Anderson e, a quanto pare, l’ultimo per l’attore Daniel Day-Lewis che ha dichiarato di lasciare il cinema con questo film.

Non nascondo che sento una certa delusione, sensazione terribilmente brutta. E un certo disagio. Come quando si sta seduti in mezzo a tanta gente su un sedile scomodo e non c’è modo di trovare una posizione, in più ogni movimento che si prova a fare raccoglie gli sguardi di chi sta intorno e la difficoltà non fa che aumentare.

Il primo disagio è stato quello di pensare durante il film. Perché la mente dovrebbe restare sospesa e la storia dovrebbe avvolgere e trascinare neuroni e recettori. Nulla più. I pensieri, dopo. Invece le mie sinapsi andavano a palla e continuavo a cambiare posizione sulla poltrona. Disagio, scomodità. Poi l’incomodo è stato quello di vedere grandi attori, immersi dentro scenari maestosi – davvero belli e potenti entrambi – muoversi in una storia sempre più sbriciolosa, fino a diventare polvere fine e fastidiosa negli occhi.

Reynolds Woodcock e sua sorella Cyril dirigono una celebre e prestigiosa casa di moda a Londra negli anni Cinquanta. Lui è il creativo indiscusso che unisce genialità e propensione al comando. Come un compositore che è anche direttore d’orchestra, possiede dirige e armonizza ogni singolo strumento. Lei sta un passo in là ma è decisiva nel contenerlo e nel tradurre tutto in azioni concrete.

Con ogni evidenza sono simbiotici e perfettamente integrati in una routine di grandeur. Nessuno dei due è sposato o ha una qualche forma di vita appartata. Reynolds spicca come scapolo cementato che adora le infinite declinazioni delle donne. Così come governa la forma dei corpi con abiti unici, allo stesso modo domina l’universo femminile con la sua distanza umorale, il suo piglio inattaccabile, le regole che dà a se stesso e al mondo intero.

Ma poi incontra Alma. Una semplice cameriera che gli serve la colazione durante un viaggio lungo la tempestosa e ruvida costa inglese. È bella, sgraziata, delicata e da subito irrimediabilmente innamorata. In un attimo Alma è a Londra al suo fianco. Diventa musa, modella, compagna di letto, di colazioni, lavoro. Vive nella maison e riesce perfino a scalfire la scorza di Cyril, abituata al vai e vieni di donne e, anzi, in genere deputata a dare il benservito quando l’entusiasmo del maschio-genio-creativo viene meno.

Tutto è avvolto in una bellezza folgorante, gli abiti, le minuziose inquadrature dedicate alla fattura delle stoffe, al loro ingombro nello spazio. Sentiamo i fruscii, la lievità e il peso. Vediamo le mani sapienti delle sarte e il silenzio della creazione. Ci sembra perfino di sentire l’odore intenso e sensuale di trame, pizzi e rasi. Magnifico. E in questa pozione magica Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps e Lesley Manville si muovono spargendo intensità e bravura. La narrazione ha il pregio di restare focalizzata sui loro tre corpi e sulle loro anime, riuscendo allo stesso tempo a tenerli nel coro. Però la mia scomodità non si è acquietata.

Alma si rivela forte e non si lascia travolgere dall’ordine imperturbabile in cui Reynolds si è rinchiuso. Si avvicina pericolosamente alla soglia di casa per essere spazzata via come tutte le altre ma, in un impeto di fuoco sacro, escogita una strategia per non farsi annientare. E dunque il film procede in un estenuante e continuo scambio di ruoli tra dominatore e dominato, senza capire esattamente dove vuole portarci. Nella desolazione, nella follia, nella tristezza o nell’ossessione delle relazioni umane metabolizzate come pasti indigesti a furia di dai e dai e dai…

Alla fine mi sono persa. Il filo nascosto delle cose si è aggrovigliato nei pensieri, lasciandomi stordita. Forse è solo questione di sedile scomodo.

Annotazioni: Paul Thomas Anderson è il regista di Magnolia (1999) e ha diretto Daniel Day-Lewis ne Il petroliere (2007) per il quale l’attore ha vinto l’Oscar. Premio al quale è candidato anche per questo film. Le candidature de Il filo nascosto in tutto sono sei, tra cui miglior attrice non protagonista a Lesley Manville (Cyril), miglior regista e miglior film.

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