La grafia esatta del titolo è BLACKkKLANSMAN, il film di Spike Lee vincitore a Cannes del Grand Prix della Giuria, ora nelle sale. La storia è tratta dal libro Black Klansman di Ron Stallworth, ex poliziotto di Colorado Springs e primo detective afroamericano ad entrare in quel dipartimento negli anni Settanta.

Spike Lee scava in una vicenda lontana della profonda America e ne fa un film attualissimo. Forse non tra i suoi lavori più belli ma comunque di grande stile, inconfondibile stile, linguaggio, punteggiatura, spirito acuto.

I fatti si prestano e danno al regista l’occasione di sferzare l’aria sullo scenario attuale.

Ron Stallworth entra nella polizia del Colorado in anni in cui i movimenti per i diritti degli afroamericani erano in fermento e si ritrova in un mondo arrogante e fortemente razzista, dove il concetto di supremazia bianca è inciso con precisione nella società civile.

Ron è nero che più nero non si può ed è un detective. Vede per caso sul giornale un annuncio del Ku Klux Klan che invita a contattare una casella postale per informazioni. Ron lo fa e inizia una sorta di infiltrazione telefonica nel klan locale, dichiarando di odiare neri, ebrei, messicani, irlandesi, italiani, cinesi, ma su tutti i neri. La cosa procede al punto che ci vuole un infiltrato che incontri l’organizzazione. Così i Ron Stallworth diventano due, quello vero al telefono e il collega Flip Zimmerman, bianco come il latte ed ebreo, che va ai raduni e stabilizza la sua presenza nel klan, con tanto di tessera del KKK. Tutto questo è accaduto davvero e il gioco di squadra dei due detective ha sventato all’epoca un attacco armato a Colorado Springs, portando all’arresto di diversi membri del klan.

Ma Spike Lee non ci racconta questa storia in modo lineare, infila nella narrazione una buona dose di ironia e delinea i personaggi con una certa leggerezza, senza farne veramente individui in crisi. Il peso della vicenda lo mostra come di rimbalzo, intrecciando gli eventi allo sfondo sociale che sta tutto intorno. Ron conosce Patrice, attivista politica del movimento studentesco dell’Università del Colorado che accoglie il leader Stokely Carmichael venuto a parlare del potere nero e della supremazia dell’identità.

La narrazione procede tra le indagini dei due detective, le riflessioni e le minacce dei suprematisti bianchi e le spinte identitarie del Black Power che oscilla tra le necessità di sentirsi americano e nero. Esigenza che finisce per investire anche Flip, che non ha mai riflettuto sulla sua appartenenza ebraica, sollecitata adesso da un odio che tocca con mano. Si fatica un po’ a dare un ordine allo sguardo.

Una nota di stile che ricompone almeno in parte la narrazione sfilacciata è la presenza del grande Harry Belafonte. Attore, musicista e grande attivista per i diritti civili, Belafonte è un’icona cinematografica e sociale. Il regista gli dedica un lungo monologo mentre gli studenti ascoltano incantati il suo racconto sulle discriminazioni subite tanti anni prima.

Ma, com’è nello stile di Lee, tutto è composto all’interno di un montaggio perfetto, fortemente emotivo e al tempo stesso pulito, che ondeggia tra il volto scavato e pacato di Belafonte e i movimenti frenetici di Ron e Flip impegnati a sventare l’attacco del Ku Klux Klan. È il momento più bello del film.

Come ho detto Spike Lee non lascia gli eventi alla deriva del tempo e nel finale monta le immagini di Charlottesville in Virginia, dove nel 2017 un’auto ha investito a tutta velocità il corteo che manifestava contro il grande raduno organizzato dai suprematisti bianchi, un morto e molti feriti. E incunea le immagini di Donald Trump mentre commenta quei fatti e sottolinea il ritorno di una grande America.

Tutto molto ben costruito, nell’inconfondibile alfabeto di Lee. Manca però qualcosa di mordente. Una tensione più forte che tenga tutto unito e una ruvidezza più evidente, lasciata invece opaca all’orizzonte come se quel tocco di leggerezza che in fondo anima la storia, spingesse un po’ troppo risultando invadente.

Annotazioni: John David Washington è Ron Stallworth, è il suo primo ruolo importante; a otto anni era con una piccola parte nel film, sempre di Spike Lee, Malcolm X (1992), protagonista suo padre Denzel Washington. Adam Driver è Flip, trovo l’attore più efficace nel film di Terry Gilliam L’uomo che uccise Don Chisciotte (2018). Dei tanti bellissimi film di Spike Lee ne cito solo uno per tutti, Fa’ la cosa giusta (1989).

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