Ho scelto volutamente una foto in cui Sergio Marchionne sorride, spero che gli sia di buon augurio. Degli uomini che di recente si sono avvicendati al vertice della FIAT è stato quello meno compreso e per molti aspetti il migliore. I suoi modi diretti, quasi bruschi, di scuola USA apparivano arroganti a chi era abituato al politichese ipocrita di Romiti, che al contrario a mio parere valeva poco, abile a gestire il rapporto personale con gli Agnelli ma costantemente in ritardo sui tempi, ragionava come si sarebbe dovuto ragionare 20 anni prima, era in perenne rincorsa ma non lo voleva ammettere. Furono di “culo di pietra” (era il soprannome di Romiti) due scelte disastrose: allontanare Ghidella (padre della “Uno” della Y10 e dei motori FIRE), grandissimo uomo prodotto che dopo aver lasciato FIAT fece la fortuna di Ford Europa, e rifiutarsi di considerare l’auto il core business d’impresa. Le conseguenze della politica Romiti le conosciamo: un tracollo che sembrava inarrestabile, con l’azienda sull’orlo del fallimento. Per capire le condizioni in cui versava il colosso di Torino basta un esempio: quando Tiscali fu quotata in Borsa, il 27 settembre 1999, le azioni andarono a ruba. In pochi mesi dal prezzo di collocamento di 46 euro arrivarono a 1.200 euro. Tiscali nella primavera valeva in Borsa più della Fiat e aveva 3.500 dipendenti. Nessuno avrebbe scommesso su questo italo-canadese, di origini umili, che parlava poco ma seppe internazionalizzare l’azienda, che sostituì la “duna” con la nuova “500”, che rivitalizzò il marchio Alfa Romeo e completò in modo magistrale l’acquisizione della Chrysler per dare al gruppo una dimensione in grado di reggere la competenza. Oggi leggo molti commenti il cui focus è “può piacere o meno”, come se la mission di un manager di quel livello fosse piacere, oppure lo si accusa di aver delocalizzato, scelta vitale e irrinunciabile per riuscire a produrre a costi di mercato. E’ la scelta generalizzata delle aziende che sono sopravvissute. Si vorrebbe  produrre tutto in Italia ma continuare a pagare il prodotto come se fosse fabbricato in Serbia. L’elemento meno brillante della sua carriera? I rapporti sindacali, e credo che la responsabilità di questa difficoltà di rapporto vada condivisa equamente tra il suo atteggiamento e quello della controparte: abbiamo un sindacato ancorato al teatrino di Romiti e resta vent’anni indietro. Non riesce a vedere i diritti dei lavoratori, che sono sacrosanti, in prospettiva. La sicurezza, la perequazione salariale, la dignità e la formazione sono irrinunciabili, la gestione degli orari di lavoro no. Anche perché, farisaicamente, se hanno la domenica libera, anche gli operai FIAT il giro con la famiglia al centro commerciale se lo fanno. La cosa veramente inaccettabile di Marchionne? La retribuzione, nonostante i meriti e le capacità la considero immorale, come la scelta di vivere e pagare il fisco in Svizzera.

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