E finalmente un bel pianto. Uno di quelli torrenziali e pieni, come solo al cinema si possono fare, che tanto non ti vede nessuno perché è buio e ti sentono ancora meno per
via del dolby surround.

Tra le funzioni più belle e miracolose del cinematografo annovero senz’altro quella di smuovere l’immaginazione, le emozioni e tutti i sentimenti. E se queste parti di noi avessero un ingombro fisico come i nostri corpi, bisognerebbe prevedere nelle sale, oltre alle poltroncine, anche un vano porta oggetti. Un contenitore appoggiato allo schienale del sedile davanti al nostro, così da metterci tutto mentre guardiamo il film e le lacrime scorrono a fiumi o le risate o i brividi.

Così, dopo aver visto Il segreto, nelle sale ormai da qualche giorno, sono uscita un po’ tumefatta, tirando su col naso, gli occhi arrossati. E un po’ palpitante e leggera anche. Per la verità mi è sembrato di vedere due film, uno bello l’altro un po’ meno.
Perché la storia di Rose corre su due piani per feedback e anche se uno rincorre l’altro e ne completa il senso, ti rimane forte la sensazione che si siano accavallate due pellicole. Il primo film parla di Rose internata in un manicomio da cinquant’anni, ha un’età indefinita e il volto della grande, magnifica Vanessa Redgrave.

Il secondo ha sempre Rose protagonista, ma a vent’anni nel 1942 in piena guerra mondiale. Tutto il racconto gira come un arcolaio mentre dipana una matassa di lana.
La Rose internata ha un segreto sepolto nella testa e criptato tra le pagine di un libro, in cui lei ha incuneato a colpi di stilografica il suo diario. I feedback ci accompagnano a ricomporre tutto, ma non sono efficaci quanto il volto della Redgrave, i suoi gesti, gli occhi celesti e acquosi, le mani sul pianoforte e le parole frammentate, sconnesse da una vita di elettroshock che hanno spento il cervello a zone.

Unico felice punto d’incontro tra le due Rose, la rappresentazione efficace di un mondo maschile, potente, intriso di un pudore violento che sempre, nella storia dell’umanità, ha confinato la strega nei boschi, la baba jaga a volare dentro un mortaio, la pazza in manicomio.

Poi, al di là di tutto, il film si ricompone negli scenari stupefacenti dell’Irlanda, nella musica che prende al cuore, nella claustrofobia dell’internamento con il suo corredo manicomiale. E il pianto scorre per la vita interrotta di Rose, l’amore spezzato e il carico che ci portiamo appresso e che parcheggiamo, quando si fa buio in sala, nel vano porta oggetti.

Annotazioni: il regista Jim Sheridan ha diretto Il mio piede sinistro (1989) e Nel nome del padre (1993). Vanessa Redgrave ha una filmografia immensa e voglio ricordare solo una perla dei suoi esordi: nel 1966 è la protagonista di Morgan matto da legare, diretto da Karel Reisz, considerati uno dei film e dei registi più rappresentativi del Free Cinema.

il segreto sheridan 2

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