Nico Naldini e Pier Paolo Pasolini nel 1945

Il film doveva uscire nelle sale italiane il 2 novembre 2020.
Il 2 novembre 1975 moriva Pier Paolo Pasolini.
I cinema sono chiusi dal 26 ottobre.
In un futuro aprile di Francesco Costabile e Federico Savonitto è uscito, comunque, nelle sale virtuali il 2 novembre scorso.
Date, ricorrenze. Viviamo nello scadenzario dei decreti che ci rincorrono e segnano il ritmo delle giornate.
Ma i registi, Francesco Costabile e Federico Savonitto, e la produzione, Altreforme, con Centro Studi Pier Paolo Pasolini, Cinemazero, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Kublai Film, in collaborazione con Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (vale lo spazio nominarli tutti), hanno deciso che il film dedicato al giovane PPP doveva arrivare in sala.
Perciò, aderendo al circuito #iorestoinSALA i cinema staccano regolari biglietti a regolari spettatori che scelgono in pianta una poltrona (senza distanziamenti, perché su quella poltrona c’è l’idea di me, io sono seduto a casa mia) e, biglietto e codice d’ingresso stabilito, all’ora stabilita, entrano in sala.
Buio. Silenzio. Proiezione.
C’ero il 2 novembre, spettacolo delle ore 20.30, quello preceduto dall’incontro con i registi, collegati da casa loro ad una piattaforma che me li ha messi davanti, audio perfetto, immagine nitida. Quarantacinque minuti di intervista, densa, condotta dal critico Federico Pontiggia.
Non è il cinema questo. Eppure lo è. Non è il mistero profondo del buio vero, del silenzio vero, del fascio di luce che esce dalla cabina e spara sullo schermo. Non lo è ma è una possibile sopravvivenza del cinema. Temporanea, lo spero. Alternativa e di supporto.
E una cosa buona c’è. Quella sera, il 2 novembre, nella sala che ho scelto, c’erano con me centocinquanta spettatori virtuali. Guardavamo la stessa cosa puntando gli occhi sul nostro pc.
Il senso di sconforto che questo tempo induce deve essere illuminato da qualche pensiero positivo. Da quelle risorse che in genere gli esseri umani manifestano in condizione di sopravvivenza. Quando siamo alle strette facciamo lavorare i neuroni.
Io al cinema ci voglio tornare. Ma nel frattempo non voglio smettere di andarci. E voglio che il cinema resti vivo.

Ma ora sono davanti al film. In un futuro aprile. Silenzio.
Il titolo, lo dicono di getto i due registi, è arrivato come prima cosa, prima di girare. Esce dai versi di PPP, dal finale di “Supplica a mia madre” (compresa nella raccolta “Poesia in forma di rosa”, 1961-1964):

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

La vita di Pier Paolo Pasolini in Friuli, a Casarsa, il paese di sua madre, negli anni Quaranta. Lì è cresciuto, con lei e con il cugino Nico Naldini.
È lui a raccontare come un aedo la fanciullezza, i tormenti, i risvegli, l’empatia con la terra, con la corposità della vita di Pier Paolo e sua.
Il documentario scorre sulla voce e sulla figura di Naldini (che ci ha lasciati il 9 settembre scorso), poeta, narratore, figura intensa e tormentata, legatissimo a Pasolini. Seduto, quasi incistato nella sua poltrona, circondato da una confusa semplicità. Il viso scavato e liso, gli occhi, uno spento e uno vibrante, Naldini parla con voce impastata ma sicura, precisa sui ricordi, analitico e poetico. Come se ragione e passione fossero il suo tormento.
Riescono bene Costabile e Savonitto a narrare l’origine della carne, dei tormenti, delle estasi, delle visioni e delle profezie di Pasolini. Riescono a farlo con la forma della sua stessa poesia.
I ricordi parlati di Nico evocano le immagini di repertorio e quelle messe in scena dai registi, calibrate, piene di raggi di sole, di estati all’aria, di fanciulli che svezzano se stessi e i campi intorno, di donne che segnano il tempo insieme alla natura fitta che avvolge ogni cosa. E fuori, oltre i margini dello schermo, scivolano i versi continui di Pasolini, escono come un fuoco che arde caldo dalle labbra dell’attore Daniele Fior. Sono in friulano, la lingua, in italiano, l’altra lingua. I fonemi si rincorrono mentre il viso tondo e screpolato di Nico Naldini scivola su fotografie e pensieri, sulla luce della finestra e sulla voce tonda di un bicchiere tondo riempito a metà di vino bianco: per me, dice.

Nota: su Nico Naldini segnalo la bellissima intervista di Maurizio Caverzan nel suo Fabula veneta, Apogeo Editore, Adria, 2020.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *