La cultura, o meglio la narrazione culturale, che ha plasmato il ventesimo secolo è figlia dell’integralismo pseudoscientifico nato a fine ‘800: il pensiero nato dalla rivoluzione industriale, quello che ancora oggi spinge le persone a illudersi di vivere nella migliore società possibile e a pensare che il disastro ambientale e la sperequazione economica siano “effetti collaterali” con i quali dobbiamo convivere se vogliamo scongiurare il caos.

Eppure basterebbe un’analisi superficiale della storia per rendersi conto che i molteplici modelli di organizzazione sociale che si sono succeduti nei secoli hanno comunque conosciuto un proprio ciclo: la crisi del vecchio regime apre la strada al nuovo. Il fenomeno della sostituzione di una società con quella successiva prosegue con la crescita e il consolidamento del nuovo modello, fino al momento in cui anche il “nuovo” entra in crisi esattamente come quello precedente. Ora noi siamo nella fase di pieno declino della società borghese ottocentesca, la vita sociale è scossa da forti tensioni, i leader ed i movimenti storici hanno perso credibilità e non offrono strumenti per affrontare i problemi, mentre ampie fasce di popolazione sperimentano una qualità della vita inferiore a quella di cui godevano solo pochi anni prima.

E un fenomeno ciclico e non è necessariamente vero che il miglioramento sia garantito, l’impero romano assicurava ai cittadini standard superiori a quelli disponibili per buona parte del medioevo, così come per alcuni aspetti è probabile che la qualità della vita dei cosiddetti “cacciatori-raccoglitori”(almeno in tema di alimentazione e tempo libero) fosse migliore di quella dei primi nuclei di sapiens dediti all’agricoltura, nonostante molti siano convinti che i nostri progenitori vivessero di stenti, nascosti in caverne buie per sfuggire ai predatori. La qualità degli utensili costruiti nel paleolitico e lo studio delle ossa di questi “primitivi” ci dicono il contrario.

Se analizziamo il passato ci rendiamo conto che le grandi rivoluzioni sono sostanzialmente frutto della spinta demografica e di esigenze economiche: l’ambito culturale dei grandi cambiamenti spesso è più una giustificazione a posteriori che non una causa scatenante. In ogni caso viviamo un momento nel quale ipotizzare un nuovo modello di organizzazione sociale, immaginare un’alternativa che elimini i problemi e risulti in un sostanziale progresso è assolutamente necessario, ma è difficile: richiede capacità critica per valutare il presente senza pregiudizi, per immaginare qualcosa che ancora non esiste: qualcosa di nuovo e diverso. Questo è il dramma fondamentale che ci troviamo ad affrontare: milioni di persone sono convinte che gli scaffali del supermercato siano la quintessenza della civiltà, che la vacanza in crociera o il climatizzatore siano la stele di rosetta per confrontare e valutare le civiltà che si sono succedute. Poco importa se ci sono più confezioni di ansiolitici nell’armadietto del bagno che vasetti di marmellata nella dispensa. Il modello tradizionale non si discute, è giusto, è buono, anche se il pianeta è al collasso e milioni di persone (perlopiù “negri”) muoiono letteralmente di fame.

Il progresso avrebbe dovuto garantire beni e servizi a condizioni accessibili, in effetti la produzione industriale è aumentata in modo significativo, ma la distribuzione dei beni e soprattutto dei profitti è ben lungi dal rispondere all’equità. Nonostante tutto questo sia evidente e incontestabile, a fronte di qualsiasi difficoltà, grande o piccola che sia, i conservatori (lo sono in senso letterale e spesso anche politico) riescono solo a immaginare soluzioni semplicistiche e spesso impraticabili, che in ogni caso prevedono la restaurazione di quelli che loro considerano i “bei tempi andati”, come se fosse possibile far tornare indietro le lancette dell’orologio. Imputano la disoccupazione crescente ai negri (uso il termine perché questi soggetti si esprimono così) che attraversano il mediterraneo e ci portano via il lavoro, o in alternativa ai cinesi che invadono il mercato con prodotti che costano così poco da sbaragliare la concorrenza nazionale mentre creano nei laboratori segreti virus terribili per fiaccare l’occidente. Sono conservatori e coerentemente rifiutano di accettare la semplice realtà costituita dal fatto che quelli che chiamano “i negri” tentano di entrare in Europa perché nei paesi d’origine non hanno un futuro, spesso proprio a causa del neocolonialismo (cui diamo il nostro generoso contributo con Eni, acquistando smartphones che contengono Coltan o prodotti agricoli sottocosto e non certo a km-zero, solo per fare qualche esempio).

E questi aficionados della reazione sembrano non capire che ogniqualvolta acquistano allegramente il Made in China o utilizzano Amazon, contribuiscono in modo decisivo a creare disoccupazione nel paese che a parole amano tanto (“Prima gli Italiani!..”) favorendo nel contempo una colossale evasione fiscale. Queste persone vorrebbero negare il futuro, riuscire a realizzare il miracolo della botte piena e della moglie ubriaca, sono terrorizzate dal cambiamento che non sanno come affrontare pur essendone una delle cause principali. Temono di perdere le loro miserabili certezze, di dover ammettere che hanno adorato per anni una divinità cieca e crudele che chiede sacrifici umani con cadenza sempre più rapida, come i sacerdoti Inca nei periodi di carestia. Hanno una visione superficiale e infantile del mondo che li circonda e sono convinti che il modello che hanno conosciuto nell’infanzia sia l’unico possibile e come tutti i dogmi non possa essere messo in discussione.

In realtà rifiutando qualsiasi approccio critico hanno stretto un patto con il diavolo, perché è proprio il modello di società che difendono ad ogni costo a metterli nell’angolo, sono incaprettati da convinzioni che, inesorabilmente, finiranno per strangolarli. Il liberismo selvaggio, la delocalizzazione, le multinazionali che decidono il destino nostro, loro e di interi paesi sono mostri che loro stessi hanno legittimato. Ironia della sorte, quando si imbattono in qualcuno che senza pretendere di avere la soluzione in tasca si limita a chiedersi se non valga la pena mettere in discussione l’intero sistema, invece di aprire una discussione o di misurare le proprie convinzioni con quelle altrui, lo tacciano di Comunismo, come se il socialismo fosse una sorta di peccato originale e non una dottrina che potrebbe dare un contributo prezioso al progresso. Come dire che Bezos “ha fatto anche cose buone”.

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