Da oggi, per qualche settimana in questa estate calda e ferma, entriamo nel mondo di parole che agita il tic-tac della tastiera di Mario Bellettato. Sei racconti brevi per altrettanti momenti di vita, sogni, ricordi, forse. Ci sono un’ombra di nostalgia, uno sguardo riposto che si apre, il confine lieve tra realtà e finzione.
Buona lettura con i racconti “Intimacy” di Mario.

La provinciale che da Pavullo saliva a Montebonello non era particolarmente ripida, ma evidentemente bastava a mettere alla prova il bicilindrico che ansimava sotto il cofano verde giada della mia Dyane 6. Guidavo con orgoglio la prima auto comprata nuova in un freddo venerdì mattina di novembre. Non era un giorno qualsiasi, le ore che avevo davanti erano piene di promesse, come del resto i libri che leggevo, il profumo della ragazza sul sedile di fianco, la laurea che si avvicinava, la musica che ascoltavo e tutta la mia vita. 
I bar che si affacciavano lungo la strada appannavano le vetrine per attirare clienti, la luce del sole filtrava timida tra i rami spogli dei faggi e tentava di scaldare l’asfalto umido, io ero felice e mi stringevo nel piumino Dolomite che mi aiutava a sopravvivere al riscaldamento poco efficiente e agli spifferi che filtravano dalla capote.
“Ma il tuo amico che tipo è? Se dopo mangiato mi fumo una canna è un problema?” Francesca me lo chiese con la consueta schiettezza, il suo sorriso inconfondibile scopriva una fila di denti piccoli e regolari, nell’intimità mi mordeva per gioco. 
Eravamo coetanei ma in qualche modo l’avevo sempre considerata più grande di me.
“No, non credo… non so se fumerà anche lui, ma ci conosciamo bene, non preoccuparti”. 
“Oggi siamo liberi, più tardi possiamo fare un giro a Modena, tanto il concerto al Kiwi è domani sera…”.
“Sì, è domani. Certo che se non fosse stato per lui, per il mio amico, col cazzo che avremmo trovato i biglietti, pensa: 10 anni dopo essersi divisi decidono di fare una reunion, un concerto insieme e noi riusciamo ad ascoltarli. Guccini e I Nomadi! E poi stiamo qui tre giorni, io e te, da soli in una baita tra i monti”. 


Novembre 1979 – Piumazzo (Modena)

Non potrò mai dimenticarvi, non lo voglio. Ciascuna di voi ha un posto nell’anima, tra i ricordi più cari. Vi devo molto, mi avete dato tanto e il più delle volte senza chiedere nulla. Siete le donne che ho incontrato, conosciuto, qualche volta cercato. Le compagne meravigliose con cui ho diviso notti, settimane, mesi, anni, viaggi o magari anche solo un breve momento, un caffè, due parole e un sorriso. 

Vi accomuna l’affetto, anzi l’amore che provo per voi. É un sentimento profondo, sincero e dentro ci siete tutte, indipendentemente da quanto è durata. Spesso probabilmente non lo meritavo, eppure siete state generose, perché è nella vostra natura: siete donne.
Mi avete aiutato a crescere, se quando mi guardo allo specchio vedo una persona che, tutto sommato, riesco a sopportare lo devo anche a voi… forse soprattutto a voi.

Quando si è giovani si è fertili, anche nella mente, e frequentandovi, parlando con voi, ascoltandovi, sono cambiato profondamente. Allora mi sembrava che indossaste camicette estive di lino e gonne ampie di cotonina a fiori, sandali di cuoio senza tacchi e gioielli semplici, portati insieme al patchouli e a un sorriso leale.
Ora mi rendo conto che in realtà eravate vestite di speranze, di libertà e di idee nuove.

Per molti aspetti eravate e siete migliori di me, più ricche dentro, più aperte, più tolleranti: per fortuna ho deciso di adeguarmi a voi, di crescere, piuttosto che provare a imprigionarvi nella logica immatura e brutale dei maschi.

Abbiamo condiviso una felicità fatta di libri, di musica, di parole e carezze, di un po’ di benzina per andare al mare o a casa di amici. Era la poesia di sguardi complici, di domande brevi e di risposte sussurrate, di mani sfiorate sulla tovaglia delle trattorie di provincia. Bastava poco: qualcosa più di niente… al resto pensavate voi. Tra le vostre braccia ho conosciuto l’eros e sconfitto definitivamente i fantasmi della morale bigotta e del peccato.

Non so se le giovani generazioni possono sperimentare qualcosa di simile, il mondo è cambiato parecchio e mi sembra che ci sia poco posto per le speranze e per l’utopia.
Noi non siamo riusciti a cambiare la società come avremmo voluto, è vero, ma molti di noi sono cambiati comunque, dentro di sé sono diversi dai loro padri e lo considero un successo.
Quanto vi ho amato! E quanto vi amo, amiche mie… buona fortuna.

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