Massimo camminava a testa bassa, il sole era tramontato, faceva freddo e il giubbotto di renna era leggero. Aveva due cappotti, uno cammello e uno blu, ma erano entrambi consumati.
Il ritmo dei passi lo aiutava a scaldarsi e gli dava un’aria decisa, aveva spazzolato i mocassini, si era pettinato e indossava una camicia pulita.
Isabella lo attendeva alla stazione: un breve incontro prima che lei tornasse a casa per Natale. Si frequentavano da un anno, una relazione faticosa, osteggiata dalla famiglia di lei.
“Vedremo… sembra un bravo ragazzo, studia, ha buona volontà…” il padre era conciliante.
“Ma hai visto dove abita? È figlio di un imbianchino, la madre è morta e la sorella fa le notti in ospedale!” la moglie, al contrario, era stata categorica.

Era quasi arrivato, vedeva le grandi porte illuminate e udiva lo sferragliare dei convogli. Avvicinandosi riusciva a percepire anche l’odore di ferro, di elettricità e poi quello di pizza e di formaggio tostato della tavola calda.
Entrò nell’atrio, gli occhiali si appannarono, li tolse e si guardò intorno strizzando gli occhi, cercava Isabella.

“Sono qui…” la voce veniva da sinistra, Massimo rimise gli occhiali e la vide: stretta in un soprabito rosso, seduta di fianco alla biglietteria, si alzò e gli sorrise, lui la raggiunse, la abbracciò e la baciò.
“Non avrai freddo con questo giubbotto?”
“Naa, camminando mi scaldo…” Fece un passo indietro e la guardò, i capelli biondi, lisci, arrivavano alle spalle, gli occhi scuri e il naso sottile le davano un’aria aristocratica, accentuata dalla postura elegante, frutto degli anni di danza classica.
“Come sei bella… vorrei che non partissi… mi mancherai!”
“È meno di un mese… passerà presto!”
“Non passerà presto, lo sai! Non ci vedremo nemmeno a Natale…”.
Lei si avvicinò, guardandolo intensamente, gli accarezzò il volto, la rasatura del mattino cedeva alla barba ruvida.
“Siamo più forti di tutto questo, dobbiamo solo aspettare”
“Prendi un caffè?” Massimo lo chiese sospirando.
“Un cappuccino… ho due ore di viaggio”

Lui prese la valigia e le fece strada fino al bar, la parete di vetro che dava sull’atrio era appannata, dietro lo schermo opaco le sagome dei viaggiatori sembravano ombre silenziose dirette a convogli con destinazioni misteriose. 
La barista stava sciacquando i bicchieri prima di metterli nella lavastoviglie, asciugò le mani con espressione infastidita, l’avevano interrotta per un caffè e un cappuccino: incasso misero.
Isabella sorseggiava composta, la schiuma avorio lasciava traccia sul rossetto conferendole un aspetto vagamente infantile.
“Quand’è l’appello dell’esame? Riesci a farlo prima di Natale?”
“Spero. Siamo otto e l’assistente ci ha promesso che se il boss è d’accordo lo facciamo il 20. Poi me ne restano solo quattro”.
Gli prese la mano e lo guardò con un sorriso pieno di affetto e di orgoglio “Hai le dita gelate… sei sicuro di non avere freddo?”
“No, sono solo le mani, l’importante è avere il corpo caldo…”
“Ho il tuo regalo di Natale, te lo do ora, visto che non ci vediamo…”
“Io il tuo non l’ho portato…” Massimo in realtà non aveva ancora preso nulla: Isabella aveva tutto e lui non sapeva come trovare qualcosa di bello che non costasse una fortuna.
“Non preoccuparti, me lo darai a gennaio, quando ci rivedremo”.
Aprì la borsa e prese una busta verde e oro, gliela porse con un sorriso divertito, quasi malizioso, fissando la sua espressione di sorpresa.
“Non la apri?”
Per un attimo Enrico temette che si trattasse di denaro, deglutì e aprì la busta: conteneva una tessera magnetica e un cartoncino giallo.
“Cos’è?” 
“È l’abbonamento per un anno al centro sportivo, quello dietro l’ospedale, più un buono acquisto Decatlon: per comprare articoli sportivi, ti voglio in forma!”
“È un regalo bellissimo… grazie Isa, hai scelto una cosa che mi fa molto piacere… veramente”.
“Così andremo in palestra insieme, lontano da occhi indiscreti”.

Il pannello delle partenze si aggiornava di continuo, annunciò con meccanica crudeltà che il rapido per Belluno sarebbe partito a minuti.
Si incamminarono in silenzio verso il sottopassaggio, Massimo l’accompagnò fino al binario, la strinse forte e la baciò.
“Ti faccio sapere quando torno, non essere triste… farai soffrire anche me!”
Lo salutò agitando la mano, aveva indossato un paio di guanti rossi come il soprabito, salì sul predellino e scomparve all’interno della carrozza di prima classe.

Massimo tornò sui suoi passi e uscì dalla stazione. Ora il freddo era pungente, camminò quasi di corsa fino al parcheggio del dopolavoro ferroviario, quello gratuito.
Si avvicinò alla Punto grigia con il portellone bianco, acquistato in demolizione e mai riverniciato, lo aprì, tolse il giubbotto e indossò una giacca a vento, il freddo lo fece rabbrividire.
Entrò nell’auto, si sedette e si appoggiò al volante, come sarebbe stato il futuro?
Girò la chiave, i cilindri tossicchiarono e poi presero a girare, con il freddo il motore faticava a partire a GPL, ma nel serbatoio non c’era benzina.
“Cazzo” pensava a voce alta “che vita di merda, neanche i soldi per andare a fare gli auguri alla mia ragazza… e sarà così almeno per due anni, ammesso che trovi lavoro subito dopo la laurea…” 
Il motore faticava a scaldarsi, la giacca a vento gli intiepidiva il busto, ma le gambe erano gelate.

Arrivò a casa che era ormai ora di cena, parcheggiò di lato al muretto sbrecciato che delimitava il cortile condominiale.
Salì al terzo piano accompagnato da odore di cavolo bollito e di pesce fritto.
Entrò in casa, suo padre era seduto davanti alla TV, con una camicia di flanella e le ciabatte sdrucite, Emilia, la sorella, preparava la cena e stava riempiendo il thermos di caffè.
“C’è una lettera per te, Massimo…” con un cenno del capo indicò la vaschetta della bilancia fuori uso usata per le bollette e la corrispondenza.
“Roba dell’università?”
“No, l’indirizzo è manoscritto…”

La prese, era la calligrafia di Isabella, la riconobbe: gli aveva scritto poco dopo che si erano conosciuti, per dargli il numero di telefono. Perché aveva deciso di scrivergli di nuovo? Forse non aveva trovato il coraggio di dirgli che lo lasciava e prima di partire lo scaricava con una lettera?
Andò in camera sua, sedette sul copriletto di ciniglia marrone che odiava, aprì la busta e iniziò a leggere.

“Amore mio,
se ho calcolato giusto riceverai questa lettera dopo che sarò partita per le vacanze. Ho imparato a leggere i tuoi silenzi, conosco le tue difficoltà e so che a volte le cose sono molto faticose per te. Ma in questa difficoltà io ho visto la dignità e il carattere che ho sempre desiderato in un uomo. Mi sei piaciuto subito, sei brillante, intelligente, mi fai divertire e mi rispetti. Ti amo per come affronti la tua vita e come ti impegni per cambiarla, da solo, senza aiuti se non, spero, quello del mio sentimento per te. Non c’è distanza geografica o di classe sociale che ci può dividere, se dovrò aspettare per vivere insieme a te lo farò volentieri. Non avere dubbi, sii felice e vivi un Natale pieno di promesse.
Auguri, la tua Isabella”.

Nello spessore sottile di un foglio di carta c’era una dichiarazione d’amore così grande che Massimo non riuscì a trattenere le lacrime. Asciugò gli occhi e tornò in cucina, udì suo padre ironizzare sulla pubblicità dei panettoni. 
“Come se a natale si dovesse essere felici per forza” aggiunse Emilia.
“Beh, dobbiamo cercare di essere ottimisti, in fondo natale è una bella festa…” Massimo lo disse con enfasi, seduto di fronte al piatto di minestra di cavolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *