Enrica non c’era più. Una vita piena di promesse cancellata da uno schianto stupido, inutile e immotivato come solo la morte sa essere.
Si smussano gli spigoli, si tenta di convivere con il dolore, ma non si accetta la perdita.
La mente torna a quel giorno, continua a riviverne i dettagli cercando di capire quale sia stato quello decisivo.

Si fanno a pezzi i ricordi fino a scomporli in un puzzle delirante: se il caffè fosse stato più caldo lei sarebbe uscita tre minuti più tardi, se avesse deciso, lo faceva spesso, di cambiarsi prima di uscire forse non sarebbe accaduto, e ora non sarei solo.
Mi sembrava impossibile, ma non avrei più potuto attenderla, non avrei ascoltato il suo respiro nel letto, non avrei udito lo scatto metallico della chiave nella serratura al suo rientro.

Il giorno dopo aveva chiamato l’agenzia, c’era da confermare la prenotazione dell’hotel a Berlino: “Allora, una matrimoniale, 6 notti… prima colazione inclusa…” l’impiegata aveva il tono cordiale di chi propone felicità all-inclusive.
“Non posso, la mia ragazza è morta… un incidente” risposi senza intonazione, con la voce piatta, come uno speaker che legge le previsioni meteo.
“Mi spiace… non immaginavo, annulliamo… non si preoccupi…” aveva riattaccato in fretta per esorcizzare l’imbarazzo.

Faceva caldo, uscii sul balcone, era buio e vedevo l’autostrada all’orizzonte con le luci delle auto che viaggiavano nei due sensi.
Contenevano vite, le trasportavano, le consegnavano ad altre vite in attesa, a volte qualcosa andava storto, il trasporto si interrompeva: le vite non arrivavano a destinazione.

“Non ha sofferto, è morta sul colpo…” il medico del pronto soccorso parlava guardando il pavimento. Forse aveva significato qualcosa per lei, non certo per me: essere rimasto solo “sul colpo” non mi consolava.

Le persone non sono intercambiabili, una parte di me sarebbe rimasta sola per sempre, avrei cercato una persona come Enrica… ma non l’avrei trovata. Io rivolevo lei.
Accesi una sigaretta, il fumo mi faceva un po’ di compagnia, mi girava intorno senza fare domande.

Il dolore si era preso la mia felicità a morsi. I primi giorni la solitudine, la perdita erano così enormi e così assurde che a tratti me ne scordavo, e mi scoprivo a sorridere, a pensare con ironia a piccole cose, alla vita quotidiana. Poi d’improvviso rammentavo la tragedia e tutto spariva, lasciandomi un senso di colpa per quel momento di distrazione.

Col tempo il dolore si era scavato uno spazio sempre maggiore e non riuscivo più a dimenticarmene, una disperazione muta, cupa e silenziosa accompagnava fedelmente tutte le mie giornate.

“Deve farsi forza, la vita continua. Pensi a quanto è stato fortunato a dividere questi anni con una persona speciale, ora la sua vita cambia, non sarà peggiore o migliore, sarà diversa…” Gli psicologi trovano giustificazione a tutto, sono come gli avvocati, la differenza è che costano meno. 

La mia continuava a trattarmi come un bambino, con indulgenza affettata. Non mi sembrava neppure professionale, la immaginai da studentessa: poco brillante, nascosta negli ultimi banchi con il profilo basso, che sperava di non farsi interrogare.
Mi aveva prescritto una terapia, antidepressivi, non servivano a una sega, dormivo di più ma da sveglio il dolore era immutato.

Cosa ne sapeva realmente di quello che provavo? 

Senza il mio amore le cose abituali non avevano senso, aveva un bel dire il direttore: che importanza poteva avere il report mensile?
Che significato avevano il 3 x 2 del supermercato o la tessera fedeltà del distributore?

La sigaretta era finita, la gettai dal balcone e guardai la traiettoria della brace rossa, resa brillante dalla caduta: ero al settimo piano, non era il settimo cielo, ma di giorno si vedevano le montagne.
Rientrai in casa, presi la bottiglia del bourbon e ne versai una dose generosa.

Era un compagno fidato il mio whisky, se ne stava buono, in silenzio, con il suo bel colore ambrato. Non chiedeva nulla ma era sempre pronto a consolarmi se ne avevo bisogno.

Mi aveva scaldato piacevolmente la bocca, lasciandomi il sapore dolciastro della botte dove era rimasto pazientemente a invecchiare. Gli sorrisi, tornai sul balcone, guardai giù, scavalcai la ringhiera e mi lasciai cadere, senza parlare, senza preghiere, senza rimorsi. Un tuffo nella notte. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *