Non che fosse l’ora migliore per andare in spiaggia, il caldo toglieva il fiato, ma almeno c’era poca gente. 
Stesa sulla brandina Luisa leggeva assorta. L’ombra del tendalino le riparava il viso mentre il sole si occupava del resto. L’altoparlante dello stabilimento offriva compilation di successi a buon mercato. A pagina 89, nel bel mezzo delle esequie di Traiano, la musica si interruppe e la direzione comunicò urbi et orbi che al ristorante avevano sfornato la pizza… crudeltà inutile, visto che lei aveva deciso di mettersi a dieta.

Il trancio di margherita fragrante e la dieta: quella di Luisa continuava ad essere una vita fuori sincronia. I tempi, le mode, le tendenze del mondo circostante… tutto sembrava emarginarla, da sempre. Al ginnasio era maturata presto in tutti i sensi, mentre i coetanei rimanevano in drammatico e inconsapevole ritardo nei suoi confronti. Poi la cultura di sinistra si era imbolsita, proprio quando lei all’università iniziava a interessarsi di politica e per finire, il rampantismo yuppie aveva imposto la sua dittatura idiota mentre lei faceva il suo ingresso nel mondo del lavoro. Non riusciva mai a seguire la corrente, nemmeno quando ci provava… tentava di danzare ma non andava a tempo: si preparava con pazienza, indossava un vestito elegante e si truccava con cura, ma non bastava.

E la sua vita sentimentale? Se possibile quella andava ancora peggio. Un’antologia di errori, rimpianti o di compromessi che non poteva accettare. 
Luisa era bella: capelli scuri, occhi verdi ed una figura molto femminile. Le gambe tornite con la pelle liscia, momentaneamente affidate alla carezza del sole e piedi curati, con le unghie laccate che impreziosivano i sandali slacciati, che preferiva non abbandonare sulla sabbia per evitare la sgradevole sensazione di secchezza quando li indossava nuovamente. Aveva un fascino esplicito che alla quasi totalità dell’universo maschile suggeriva approcci superficiali, in contrasto con le aspettative e con la sensibilità di Luisa. La difficoltà era complicata dal senso di inadeguatezza che la accompagnava spesso: era la sola eredità che una madre più severa che affettuosa le aveva lasciato.

Il fatto era che Luisa non pensava di essere attraente, non ne era consapevole e finiva sempre per essere diffidente, le sembrava che gli uomini non la volessero capire, che non fossero disposti a impegnarsi. Così quella bellezza sfioriva lentamente, senza nessuno che la godesse, che baciasse la nuova ruga che sottolineava il sorriso o che apprezzasse la pienezza un po’ fané del seno che con gli anni era aumentato. 
Come la maggior parte delle signorine che hanno superato i quaranta, Luisa curava il suo aspetto, era un modo per occupare il tempo: non c’erano figli da portare in piscina, camicie del marito da stirare… e forse prima o poi l’avrebbe incontrato un uomo interessante, meglio essere pronte.

Le attese si dilatavano come una nota di sottofondo e riempivano le sue giornate. Si svegliava di buon’ora, prima che il telefono trillasse e aspettava un po’ prima di alzarsi. Poi c’era il percorso quotidiano casa-ufficio, con il motore freddo che singhiozzava nei primi chilometri e poi girava liscio in tangenziale. E c’erano anche lo sguardo frettoloso alla facciata anonima del palazzo e l’ascensore con le luci al neon che custodiva la memoria olfattiva dei colleghi: la puzza di fumo vecchio di Righi, l’odore di fritto dei maglioncini di Marinella, le tracce del profumo dozzinale della Guarnieri. Lei continuava ad aspettare ogni giorno cose sempre uguali, erano le conferme rassicuranti che scandivano la sua giornata. Ma in segreto custodiva anche la speranza di qualcosa di bello, di inaspettato, di eccitante, un evento che le cambiasse la vita.

 Era per questo che nonostante tutto si preparava, era per questo che non cedeva alla sciatteria, che si ostinava testardamente a leggere, a fare manicure, a tenersi informata, ad andare a teatro. L’aria era caldissima, sentiva una goccia di sudore che le scendeva nel solco della scollatura.
“Le memorie di Adriano… complimenti, con questo caldo è una lettura eroica!”
Alzò gli occhi, mise una mano sulla fronte per ripararsi dal sole e lo vide.

Sui 50, brizzolato, con la camicia di lino bianco, i pantaloni con l’orlo rivoltato a scoprire le caviglie e un paio di mocassini morbidi in mano. Si era fermato un attimo di fronte a lei, che sorrise imbarazzata senza trovare nulla di meglio che rispondere: “È una rilettura…”
Lui arretrò leggermente, fece un gesto con la mano come a indicarla e ricambiò il sorriso: “Chapeau, bella lettrice”. Poi girò su se stesso e riprese a camminare, disinvolto nonostante la sabbia rovente.
Luisa lo guardò allontanarsi, il caldo gli aveva lasciato un’ombra di sudore sulla schiena, provò a rimettersi a leggere, ma non riusciva a concentrarsi: continuava a sbirciare sopra le pagine del libro, sperava che lui si voltasse a guardarla. Così su due piedi, quando le aveva rivolto la parola, si era sentita un po’ a disagio, ma ora sapeva cosa doveva fare e se fosse tornato avrebbe saputo rispondergli. Forse si sarebbe girato verso di lei e lei l’avrebbe salutato facendo un cenno con la mano. Magari avrebbe cambiato idea, sarebbe tornato sui suoi passi, o forse si sarebbe fermato più tardi, al ritorno, e le avrebbe offerto un caffè o un aperitivo. Avrebbero potuto parlare di letteratura, della Yourcenar… probabilmente era un uomo colto, con cui avrebbe potuto parlare di cinema, di musica.

Luisa mentalmente preparava l’incontro, nulla doveva essere banale. Nel frattempo il cinquantenne in camicia di lino continuava a camminare, senza girarsi, come se non riuscisse ad ascoltare i suoi pensieri. L’immagine rimpiccioliva sempre più, divenne tremolante come un miraggio nel deserto, fino a scomparire ingoiata dagli ombrelloni.  

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