Era l’atteggiamento che assumeva dopo la trasgressione: funzionava come una specie di purificazione, di espiazione e catarsi. Intere settimane senza bere, diete salutiste a base di yogurt e verdure, lunghe passeggiate e ore di nuoto in piscina.
Agnese camminava lungo il sentiero che s’inerpicava nel bosco, il ritmo era scandito dai passi e dal respiro affannato. La sera precedente era stata impegnativa: alcol e poi Alberto, che concepiva un solo modo per trascorrere la notte con una donna.
Mack era venuto con lei, ma aveva dalla sua il vantaggio delle 4 zampe e non doveva smaltire i postumi della notte precedente: strappava in avanti e poi si fermava ad aspettarla, annusava il vento con un’espressione interrogativa.

In mezzo agli abeti tutto sembrava perfetto, come se la vita di Agnese avesse già quello che serve per scorrere felice, senza problemi e senza pensieri: era questione di sfondo, avrebbe dovuto sostituire la città con le sue vallate. Le sarebbe servito Tyrus Wong il disegnatore della Disney, quello che aveva pazientemente preparato le tavole per “Bambi”, il cartone.

Francesca aveva un ricordo indelebile di quel film: era stata la prima volta che aveva visto un lungometraggio di animazione sul grande schermo e l’emozione era stata fortissima. Rammentava perfettamente quel pomeriggio: i grossi tubi di ottone che incanalavano la gente verso la biglietteria, le tende pesanti di velluto porpora all’ingresso, il buio magico della sala con le volute di fumo delle sigarette tagliate dal cono di luce del proiettore.
Le sembrava di essere parte del film, di essere anche lei nella foresta: un’esperienza completamente diversa dai cartoni guardati alla TV.
Il sole iniziava a scaldare con decisione, sentiva il sudore scendere lungo le tempie e la maglietta che si incollava alla schiena, la fatica aumentava e lei cercava di non mollare, pensando che poi, al ritorno, scendere sarebbe stato decisamente più facile. 

Francesca era fortunata, carina, con un fascino un po’ selvatico e un corpo modellato dallo sport praticato fin da bambina. Era intelligente, aveva un buon lavoro: logopedista dell’età evolutiva, e, al momento, era anche giovane, cosa si può chiedere di più?

Ma in tutto questo c’era una stonatura: la facilità con cui raggiungeva i risultati non l’aveva allenata ad impegnarsi sistematicamente e non le faceva apprezzare risultati che per lei erano generalmente a portata di mano o di gamba, mentre per altri erano traguardi difficili se non addirittura irraggiungibili.

Poteva sembrare incostante, in realtà provava una sottile insofferenza nei confronti delle persone e delle situazioni: sembrava che il mondo perdesse tempo nella ripetitività, nell’ostinazione a non voler capire, a rifiutare la logica e la razionalità: per lei le cose erano piuttosto semplici e a complicarle erano soprattutto quelli che cercavano scuse, gli ipocriti.
Quasi tutto era noioso, e lei non voleva sprecare i suoi anni migliori in questa mediocrità planetaria.

Mack aveva fiutato un capriolo e si era lanciato in un inseguimento senza speranza, dal quale sarebbe tornato con il pelo arruffato e il fiato corto. In fondo si sentiva anche lei come quella preda selvatica: la rincorrevano in parecchi ma non riuscivano a raggiungerla, non erano alla sua altezza, nel senso che non riuscivano a capirla fino in fondo. Speravano di morderle le caviglie, di bloccarla, di tenerla stretta tra le lenzuola sudate, ma non riuscivano nemmeno per un istante a guardare il mondo attraverso i suoi occhi e tanto meno a sincronizzarsi con il suo cuore. 

Era stata una buona fondista, soprattutto a tecnica nordica, dopo le gare le sarebbe piaciuto completare la fatica con il sesso: marcare lo spogliatoio con il suo odore, mescolare il piacere con il sudore, con l’odore dell’inverno, della resina del legno di pino cembro. Completare un’esperienza fisica, fatta di fatica, di fiato che manca, di caviglie che dolgono con un abbraccio liberatorio.

Invece no, la costringevano ad una doccia (quando c’era) o almeno ad asciugare il sudore e indossare biancheria pulita, un modo stupido di negare il trionfo di un corpo che aveva fatto ciò che muscoli, tendini e ossa debbono fare. 
Gloria fisica, saliva e bestemmie rimosse da un’ossessione antisettica al profumo di lavanda. Sorrisi stupidi, il podio, le foto… il sindaco e il presidente della società sportiva a dare fiato alla bocca quando lei avrebbe preferito un corpo caldo, di qualunque genere: uomo o donna non avrebbe fatto differenza.

Detestava la programmazione, tutto era regolato secondo un criterio di decenza borghese inutile e ipocrita, un labirinto soffocante di regole che ostacolava la libertà di esprimersi. 

Mack era tornato, prese la borraccia e gli diede da bere guadagnandosi uno sguardo riconoscente e un paio di frustate della coda.
Si ricordò improvvisamente la confessione di Robertino, un bambino balbuziente che seguiva da quasi un anno, con risultati incoraggianti: “…ho paura a parlare, spesso gli altri non capiscono quello che voglio dire e si arrabbiano…“. 

Sorrise, pensò a sé stessa: lei parlava spedita, ma balbettava con i sentimenti.
Lo zaino cominciava a pesare, ma era quasi in vetta.

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