Tra ricordi e sensazioni, uno scorrere di pensieri, attraversando il Po furioso e accogliente, vitale e inarrestabile, con le parole di Nellì Passarella. Ancora una volta per ricordare settant’anni dopo la grande alluvione.

La tua nascita è libertà, è solitudine quieta, è pace. L’acqua delle tue sorgenti scende sulla nuda roccia così pura e trasparente come vuota perché pronta a raccogliere in sé tante e tante esperienze, innumerevoli volti, migliaia di pensieri che si accavalleranno durante il tuo inesauribile tragitto, tu grande re dei fiumi, il nostro Po. Li trasporterai da lassù fino a valle e attraversando la pianura ti farai carico di grandi responsabilità scorrendo placido e sereno, talvolta tumultuoso e arrogante. Conoscerai le paure della gente che ti osserva sempre con rispetto e timore quando apparirai arrabbiato, con gratitudine e amore se disseterai le grandi campagne ricche di colture creando un contrasto di sfumature, sotto il sole di Primavera, contornato dall’erba di un verde tanto vivido da fare incantare gli sguardi tra distese di papaveri rossi e fiori selvatici di ogni colore.

Quante volte, ancora adolescente ho attraversato il vecchio ponte di ferro con le amiche per andare alla fiera nei paesini dall’altra parte, mi hai vista ridere, divertirmi, emozionarmi perché di là andavamo per incontrare quei ragazzi che ci facevano battere il cuore, le prime cotte, e poi per fare nuove amicizie, per passare i pomeriggi o le serate quelle belle ma proprio belle! Tu eri sempre lì a fare da sfondo alle mie paure e alle mie gioie, alle risate ma anche alle delusioni. Impossibile non accorgersi di te che riflettevi ogni luce sulle tue increspature scorrendo intrepido. Durante uno di quei pomeriggi all’improvviso iniziò a piovere prima piano piano poi sempre più forte; io e le mie compagne d’avventura ormai fradice a tutta velocità sulle nostre mountain bike per raggiungerti, sentire e vedere le gocce di pioggia che sembravano ferirti per poi miscelarsi alla tua corrente. Arrivare da te e riattraversare il ponte significava casa, tu imponente fiume hai per me il significato di casa. Sei qui, sei sempre stato qui. E quando quel vecchio ponte, tutt’ora rimpianto, venne sostituito con uno molto più grande in un punto diverso scoprimmo che non sarebbe più stato così semplice attraversarlo in bicicletta. In compenso divenne, vicino ai piloni fuori dall’acqua, un luogo d’ incontro; “ci troviamo al ponte nuovo oggi alle 16 ok?” “se non siamo in piazza vieni al ponte nuovo!” Sì perché è rimasto sempre “il ponte nuovo” anche quando dopo anni nuovo non lo era più. Dai un nome alle cose e quello rimane perché è un ricordo di bei momenti, un punto fermo che non può essere nient’altro. E allora su in due sul motorino e via! Avevamo trovato il nostro “covo”; tanti pomeriggi estivi, e non solo, abbiamo passato seduti all’ombra sugli argini a ridere e scherzare, a confidarci magari guardando i pescatori lanciare le canne in acqua e accorgerci sempre della tua maestosità. E come dimenticare le lance sul Po, la storica gara di velocità che per anni ha portato sugli argini da Pavia a Venezia tante persone per assistere al passaggio di quei bolidi colorati e rumorosi da poterli sentire anche
restando a casa. Mi hai vista crescere fuori e dentro. Fin da bambina passavo sulla strada dell’argine, anche in moto con papà: da una parte cambiava lo sfondo perché cambiavano i paesini, dall’altra parte sempre tu, ti vedevo immenso, infinito, avvolto dal verde degli alberi. Sei dentro a mille ricordi, quelli di una bambina, poi adolescente e adulta. Sei paesaggio dentro il mio passaggio nelle diverse fasi della vita.

Ma quanti altri ponti ti attraversano da una sponda all’altra, percorsi ogni giorno da migliaia di auto dentro le quali le persone sorridono, chiacchierano, piangono, litigano, vivono le loro vite, e tu scorri oltrepassando quei pensieri senza disturbare, tanto che percorrendo quegli stessi ponti si potrebbe talvolta avere l’impressione di dominare su di te, ma è un pensiero che fugge subito via, chi ti vive e ti conosce sa bene che è meglio non farti arrabbiare. Chi ha vissuto l’esperienza della grande alluvione nel 1951 ha di te più che mai paura, ma soprattutto rispetto. Tante persone all’epoca hanno dovuto lasciare le loro case, i paesi in cui erano nati e allontanarsi ma nessuno ti ha mai dimenticato, c’è chi è tornato dopo anni, chi viene a trascorrere l’estate, nessuno passa di qui e se ne va senza averti salutato, nessuno sa rinunciare alla passeggiata in bicicletta o a piedi, giù nelle golene, all’ex fornace, tra i sentieri erbosi o sui tuoi argini divenuti da allora molto più alti e si capisce bene il perché.

Ricordo i visi preoccupati, le espressioni cupe delle persone più grandi ogni volta che era in arrivo una piena, quando il tuo livello superava la soglia di allerta, invadevi le golene, le spiagge sparivano davanti agli occhi e tutto sembrava andarti stretto. Spesso il vecchio ponte di ferro veniva chiuso al traffico perché l’acqua arrivava quasi sulla carreggiata ma a piedi ci si avvicinava ancora e non ho dimenticato, nonostante avessi suppergiù 10 anni, il ponte che tremava scosso dalla tua furia. Impossibile scordare quella sensazione di paura, anzi direi proprio terrore, provato in quel momento. Ce l’hai fatta a spaventarmi! Perché tu sei così; in un modo o nell’altro lasci il segno.

I racconti in cui fai da protagonista infatti sono tantissimi e se avessi occhi e voce tu stesso ne potresti rivelare un’infinità. Mi hanno raccontato che in passato ti chiamavano “mare dei poveri”, quando c’erano meno auto in circolazione e molte più spiagge affacciate su di te, addirittura chiamate lidi. C’è stato chi, magari non proprio in regola, aveva aperto un piccolo chiosco in cui vendere bibite, snack e gelati! Grandi e piccoli facevano il bagno in quell’acqua di certo molto più limpida e pulita rispetto ad oggi, fin quando il cosiddetto “uomo moderno” con la sua infinita boria ti ha sfruttato, torturato e inquinato. Hai visto le massaie venire da te a lavare i panni, la fatica e il sudore sulle loro fronti ma anche l’allegria perché quello era soprattutto, un momento per fare “filò”. Che bella questa parola! Mi è sempre piaciuta perché è sinonimo di spensieratezza, voglia di confrontarsi, confidarsi, e naturalmente è certo che ci casca dentro anche un po’ di pettegolezzo, suvvia ci sta! Ha il profumo anche
della mia infanzia quando le mamme, le nonne e pure le zie avevano l’appuntamento fisso in estate davanti a casa della Maria o della Teresa di turno, e c’erano le sedie perenni, sempre pronte per il “filò”.

E allora penso a come sarebbe guardare con “i tuoi occhi” la quotidianità che attraversi. Le scene che si aprono davanti a te durante il lungo percorso le immagino come dei dipinti, veri e propri quadri a cui sai fare sempre perfettamente da cornice; il contadino che lavora la terra con passione e fatica nella sua camicia a quadri e il cappello di paglia a coprire la fronte sudata, le spighe che sembrano d’oro nei campi baciati dal sole, e la brezza che le fa danzare regalando quel leggero fruscio. I mille colori degli ombrelloni a riparare i pescatori appassionati, in estate con una birra fresca e in inverno con il caffè tenuto al caldo nel thermos e poi quelli notturni con le loro piccole luci sparpagliate nel buio. Fai da sfondo talvolta allo sbocciare dei primi amori, ai baci rubati lontani da occhi indiscreti giù alle spiaggette. Attraversi città brulicanti di vite frenetiche, scorri al ritmo delle campane a festa nelle domeniche dei piccoli paesini, osservi i campanili che sbucano qua e là. Nei caldi pomeriggi d’estate puoi scorgere tra le fronde degli alberi che si specchiano nell’acqua persone munite di sedie pieghevoli o vecchi sgabelli sedute a chiacchierare alla ricerca di refrigerio. E poi vedi me: quando la mia mente inizia ad essere troppo affollata e sembra voler esplodere, prendo la bici e vengo a cercarti; anche ora, da adulta è sempre sui tuoi argini che mi ritrovo a pedalare, sai essere la cura a pochi passi, ti parlo e mi regali sempre la sensazione di un ascolto vero, sincero, che non giudica, come un amico che è lì pronto ad accogliere ogni genere di sfogo senza chiedere nulla in cambio, anzi donando un po’ di serenità. Davanti a te abbandono i miei pensieri, tu li ascolti e li trasporti nella corrente che si affretta verso est, li conduci laddove ogni giorno nasce una nuova alba e lasci ai miei occhi la meraviglia di mille tramonti sfumati di rosso. Quando ti vedo so che sei quasi giunto alla fine del percorso; sempre più vicino alla foce aprirai le tue braccia, scoprirai di avere tanti rami come un immenso albero, ognuno diretto allo stesso traguardo: il mare. Libererai tutte le emozioni raccolte lungo il viaggio. Gioia, bellezza, speranza ma anche dolore, malinconia, ricordi che si mescoleranno tra le onde per tornare sulla terra in forme diverse ma sempre con lo stesso nome: vita.

Nellì Passarella

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