“Giorgio è istinto, è colore.”

Le parole sono di Letizia Piva, amica e collaboratrice dell’artista Giorgio Mazzon (Rosolina 1948 – Porto Viro 2017).

L’immersione nel colore avviene appena si varca la soglia d’ingresso del laboratorio di Giorgio, che la sua famiglia ha scelto di mantenere inalterato. Lo spazio appare ancora vivo perché affollato da molteplici presenze: le strane poltrone in cui si sedeva con i suoi ospiti, il tavolo da lavoro stracolmo di bozzetti e disegni finiti, le scaffalature con piccoli soprammobili provenienti da mondi stranieri e rotoli ingialliti che custodiscono pitture da intelaiare.  
Ma la vera anima dello studio risiede nelle sculture: il Minotauro in ronda vicino al suo ultimo disegno e i Guerrieri, alti totem diritti e vigili che fronteggiano la porta di accesso.

Giorgio amava circondarsi di persone, reali come i suoi fedeli amici e immaginarie come i personaggi che pensava e poi plasmava con il suo uso istintivo ma sapiente della materia.
Accoglieva questo popolo ibrido nella sua casa, organizzando eventi di ogni tipo: “Teatro sull’erba” in compagnia di Gabbris Ferrari (1937-2015), il teatro di burattini con Bepi Molin (1944-2016), letture a due voci con Letizia Piva, tavole rotonde con altri artisti, spesso suoi ospiti per brevi residenze.
La condivisione di idee era fondamentale per la sua sopravvivenza e per questo stimolava i suoi amici ad inventare nuovi pretesti per allestire qualche mostra, in cui le singole opere erano come parole di un unico pensiero collettivo

Anche il carboncino e acrilico su carta sul grande rotolo di fogli ancora conservato nel suo studio è il riflesso di un’affinità intellettuale alimentata e arricchita reciprocamente negli anni con Gabbris Ferrari, al quale il suo ultimo progetto era dedicato. Un omaggio incompleto il cui senso appare però decifrabile ed intenso: l’abbozzo di un corpo umano ritorto e riverso a terra circondato da una macchia rossa simboleggia la drammaticità dell’esistenza umana. Giorgio lo aveva intitolato Alle cinque della sera riprendendo un verso della poesia Lamento per la morte di Ignacio Sanchez (1935) di Federico Garcia Lorca, che canta il ricordo di un amico torero morto durante una corrida. Risalente a giugno del 2017 quest’opera trasmette con pochi segni la solitudine che accompagna l’atto finale, la potenza dell’ignoto che rapisce il presente bloccandolo per sempre.

Nel 2018, poco dopo la sua scomparsa, la casa editrice Il Ponte del Sale ha pubblicato In Calmissima Luce – con Giorgio Mazzon del Delta del Po, una raccolta di trentasei fotografie realizzate dall’artista, ciascuna accompagnata da una poesia firmata da autori che lo hanno conosciuto e stimato.

Queste immagini smascherano le sue radici mostrando il mondo a cui appartiene e rendendo tangibile l’origine della sua ispirazione artistica. Il Delta è la dimora dei detriti quindi anche il rifugio di Giorgio, che raccoglieva legni e materiali di ogni tipo depositati a riva dalle correnti per creare le proprie installazioni. Questi scatti in bianco e nero racchiudono l’essenza di quei luoghi in cui si perdeva e ritrovava la tensione verso la natura. Le storie fantastiche animate da ambigui personaggi mitologici che raccontava attraverso le sue creazioni sembrano provenire da lontano, ma in verità sono l’intima traduzione di una terra di fiumi e mari che è il nostro Polesine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *