Domani sposerò.
Con la mente angosciata ritornava alle parole di sua madre, la notte prima delle sue nozze. Nozze estive, che portano male: “Sei solo una faina, perfida, feroce e sanguinaria, ti manca solo di bere il sangue. Devi dire sì, per tutti!”, le aveva urlato prendendola per i capelli neri e tirando forte.
Clizia pensò che stava albeggiando e lui non arrivava. Si strinse ancora di più al muro. Luigi giunse da lei, la prese e la baciò. Fecero l’amore in piedi, disperatamente. Pensò al suo corpo sinuoso, soffice, chiaro, che Luigi conosceva e accarezzava piano. Un corpo lungo e bello, bello come la danza ritmata che la faina compie scappando, cacciando. Sarebbe stata cattiva al punto di uccidere per divertimento? Era una faina, in fin dei conti. 
Luigi l’amava, amava la sua pancia lattea, ma lei domani sarebbe andata sposa ad un uomo di quasi 40 anni più vecchio. Un uomo con la faccia da rana toro e una volgare, obesa ricchezza che la schifava. Era pure grosso come un toro: ma lei era una faina e si sarebbe difesa. 
Luigi Piangeva. Come un bambino. Piangeva nell’incavo del suo collo, piangeva la disperazione pulita, fremente, folle, di chi è frodato. Sua madre, mandandola sposa a Garotti, credeva di farsi e farle un favore. 
Nella loro ultima notte prima delle nozze Luigi aveva pianto sotto i suoi capelli, e sotto il gelso dietro la grande quercia lo rassicurò e lo mandò a casa. Lo amava, e lui amava il suo vello morbido da faina, le sue forme, tonde e convesse, i seni dritti come mammelle di volpe.
“Vattene! Vattene Luigi! Andrà tutto bene”.
Lo scherzo che aveva in mente per Garotti Anselmo, maggiorente del fascio di Parma, ricco come Creso, pingue come un vecchio eunuco, era lucido. Le faine non si fanno prendere e sono assassine, ma uccidono per salvare i loro cuccioli e mangiare. Lei era una giovane faina; manco i vent’anni aveva compiuti. 
Strozzò un piccione dalle gabbie che sua madre teneva nella stalla. Lo seppellì e ne usò il sangue per riempire una piccola sfera di cera concava che aveva confezionato con maestria usando un lumino da morti; il consorte si sarebbe beato di quella verginità finta con tanto di sangue sversato. 
Non era però il solo regalo per il podestà con la Bugatti color oro e il bastone da passeggio in puro avorio. Clizia usava le erbe. E le usava bene. Ne aveva raccolto per mesi, seguendo con le lune l’erba del diavolo. 
La datura cresceva rigogliosa lungo il fiume. L’aveva bollita di nascosto, mescolata con grasso di gallina, mughetto essenziale, talco. Sapeva come renderla mortale per Garotti e non per lei. Un azzardo, sicuro, ma meglio morire con lui, o sopravvivere con quel corpo sopra, urlando all’infarto da brava moglie appena sverginata, che sopportare il carcere. 
Era una faina. Senza pietà per nessuno. Si muoveva di notte e di notte avrebbe agito. 
Pensò a sua mamma, all’ubriacone di suo padre: Garotti aveva promesso di pagare tutti i debiti in cambio di Clizia. Sì, di lei, una faina che la gente in città si girava a guardare, e che il flaccido e untuoso  squadrista voleva al suo fianco, dopo che la prima moglie era morta di parto lasciando tre bambine sole. 
Clizia sorrise stringendo il vasetto con l’unguento, la sfera di cera era già nascosta in ghiacciaia.
Garotti era un faccendiere potente, un padrone senza scrupoli, violento e vendicativo. I fasci di Parma lo avevano già riconosciuto come unico riferimento del partito, le sue conoscenze romane e gli ingranaggi ben oliati dalla sua spietata intelligenza potevano aprire ogni porta. Perciò, vedovo e con tre figlie, a quasi sessant’anni, aveva deciso di sposarsi.
Fu in sezione a Parma che se ne parlò. E doveva essere una scelta furba, perché tra le campagne c’erano ribelli e dissidenti.
“C’è la figlia grande di Bonfiglioli – disse il gerarca per l’Emilia, Claudio Capitini – sarebbe un bel colpo. L’abbiamo già minacciato e unto a ricino. Non si iscrive e sparla, pur pieno di debiti. La moglie lo tradisce con Turani, lei è dalla nostra parte, ci darebbe una mano a eliminare le zecche rosse”.
 “Ho capito chi è la ragazza e non sarà facile convincerla, ha lo sguardo traverso. Parlerò con la madre”.
E così fu.
Era stata una giornata lunga e difficile, cominciata con la benedizione degli sposi all’altare della Vergine e proseguita con la lunga ed estenuante cerimonia in cui l’arciprete monsignor Aristodemo Donavigo aveva lanciato strali a destra e a manca: contro le donne non pure, contro le prefiche malmostose, contro le suffragette, contro tutto e tutti; si salvavano forse solo i santi e la Vergine, di Cristo non è dato sapere. Ma gli occhi di tutti, nella chiesa arcipretale dedicata a Sant’Antonio, erano per lei, la bella Clizia, che con il lungo velo lavorato a mano e la coroncina di zirconi sulla fronte sembrava lei una santa, una vergine, un angelo femmina a cui erano state tolte le ali. Nonostante l’afa di quel giorno di giugno inoltrato, mentre i tigli dei viali vomitavano gli ultimi soporosi profumi, gli immensi occhi neri di Clizia attiravano come lame lucenti i fedeli, i curiosi e gli invitati, poiché, in luogo delle lunghe trecce nere, i folti capelli le erano stati girati come la corona di una regina attorno al capo, e il velo sottilissimo lasciava intendere il lungo collo di perla, le spalle tonde e dritte, il busto da cui si alzavano boriose e piene le mammelle. Regnava indiscussa, alta, scura e formosa.
Dopo il banchetto la sposa era tornata in processione per il paese per la celebrazione di San Giovanni, accompagnata dalle monache del convento, dai bambini del giardino d’infanzia, dai sinti orfani del derelitto ospizio. Tutte le vecchie del paese erano andate a vedere la figlia prima del Bonfiglioli che andava sposa al podestà Garotti. C’erano gli ospiti romani, i cugini di Bologna e tutta la batteria di camicie nere e divise bianche.
Tornati nel palazzo di Garotti, con la bionda madre della sposa e Silvana la serva di famiglia, lo sposo si stese sul canapè nell’entrata visibilmente sudato e stanco dopo la lunga giornata. La suocera gli passò vicino con in mano una camicia spiegata di tulle trasparente per la figlia e lo coglionò senza misura: “Ah! Stanco ora, podestà! Ma lo sa che di là c’è una ventenne che l’attende?”
Clizia ebbe schifo del letto a volute dorate dalla grande testiera intarsiata, dove una donna come lei aveva subito Garotti, pianto, partorito e infine era morta. Ma pensò che avrebbe vendicato anche lei. Era stata attenta a non mangiare per tutto il giorno; aveva bevuto solo acqua e adesso si era fatta portare dalla sguattera un bicchiere di nocino mescolato al marsala, una mistura che le dava una frenetica lucidità.
Con un movimento sinuoso di cosce e di mani si infilò nella vulva la pallina di cera concava piena di sangue e veleno. Garotti entrò nella stanza nuziale.

Quattro mesi dopo 

Clizia uscì di buon’ora. La domestica di Garotti le si era affezionata. La seguiva a due passi, incurvata dalla vecchiaia. Assieme spuntarono dal viale ombroso dov’era la grandiosa villa in liberty geometrico,  bianca e con gli scuri verdi, una dimora che Clizia avrebbe lasciato alla serva. 
Erano quattro mesi che Clizia era vedova, dopo l’infarto che aveva stroncato Garotti a poche ore dalle nozze. Dopo il funerale, non aveva voluto più vedere sua madre. Le si rivolse con il palmo della mano alzato: “Non ti avvicinare. In questa borsa ci sono i soldi per i vostri debiti. Io me ne vado da qui”.
Quella che era stata sua madre impallidì, senza proferire nulla.
Clizia salutò la domestica al primo incrocio. C’era un punto del fiume, a pochi chilometri di distanza, in cui la golena portava a una grande isola bianca, coperta al centro e a lato di salici e di olmi. Luigi era là ad aspettarla: sarebbe stato un altro addio.

Annalisa Boschini  è giornalista professionista. Ha lavorato per Il Gazzettino del Nordest, attualmente dirige l’ufficio relazioni pubbliche e comunicazione della Ulss 5 Polesana. Con Apogeo ha pubblicato Le reggitrici, racconti di donne d’acqua e di fiume.
Nella mail che accompagnava questo suo testo ci scrive: “Ho lasciato andare la mia fantasia… anche in questo racconto un virus viene sconfitto con metodi strong… basta leggere tra le righe… voliamo tra le pagine”.

Una risposta

  1. Bello. Come nelle “Reggitrici” la Boschini usa il sangue, che non è morte anzi è vita, sudore, fatica e riparazione.al torto. “Amor omnia vicit”, ma questo avviene solo nei racconti sdolcinati, qui c’è la vita. Luigi merita un addio, perché? Per cento è uno motivi…

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