Foto di Luigi Ghirri

Capitolo 1. Il grande vuoto

Con i suoi 80.000 abitanti, il Polesine è uno dei distretti italiani che più hanno subito gli effetti dello spopolamento della pianura padana intorno alla metà del secolo.
Da sempre una delle aree meno urbanizzate del Veneto, oggi si caratterizza come un territorio ancora a forte vocazione agricola. Almeno nella sua parte più occidentale, che si estende fino al mantovano e al veronese, tra distese di campi coltivati a monocoltura, filari di viti e frutteti. Viaggiando dalla cittadina di Rovigo verso est, invece, il territorio muta progressivamente: piane assolate e aride fino ad Adria e da lì in poi un dedalo di acquitrini fino alla grande laguna che ricopre le zone più orientali dell’antico Delta.
Chi visita queste zone non trova certo le bellezze spettacolari e apocalittiche dei siti archeologici di Venezia e Ravenna, meta ogni anno di migliaia di turisti da tutto il mondo. Ma il turista lento potrà ammirare con stupore la varietà di paesaggi plasmati in questi decenni dall’azione delle acque e la varietà di ecosistemi che in questo stesso momento stanno costruendo un nuovo, faticoso equilibrio naturale.

La “Nuova guida turistica della provincia di Rovigo” era stata una prova di ottimismo. L’amministrazione provinciale ne aveva stampate un numero imprecisato di copie, in parte distribuite in un affollato convegno, in larga misura abbandonate in qualche magazzino, all’interno di scatoloni ben imballati. Era stato forse l’ultimo atto decretato dall’ente, che sarebbe stata sciolto definitivamente l’anno successivo alla pubblicazione.
Caterina ne aveva ereditata una copia dal padre giornalista, che aveva contribuito a scriverne l’introduzione e alcuni capitoli. La conservava come un piccolo cimelio di nessun valore.
Di certo turisti in Polesine non se ne vedevano più almeno dagli anni Sessanta. Lo storico capoluogo, ormai ridotto ad una città di ventimila abitanti, aveva poco di interessante da offrire ai viaggiatori che arrivavano nell’area, in genere attratti da ben altre località: molto più affascinanti le strade ormai desolate della malinconica Ravenna, preservata dalle acque solo grazie al funzionamento incessante di enormi idrovore. Per non parlare dei campielli e delle calli sommerse di Venezia, trasformata in spettacolare parco archeologico al servizio del turismo.
Nel 2074, quando il degrado delle vie fluviali e un infinito rimpallo di competenze tra enti avevano messo ko l’enorme interporto fuori città, un imprenditore visionario aveva adattato uno dei piazzali ad eliporto, con l’idea di far visitare l’area dell’antico Delta a bordo di comodi elicotteri. Di fatto appena una manciata di turisti aveva risposto all’appello: oggi i mezzi volanti funzionavano solo come comodo, ma costoso collegamento tra Rovigo e gli insediamenti più sperduti, alla frontiera con il mare.
Chi voleva prendersela più comoda o chi semplicemente non poteva permettersi il costo di un viaggio tra le nuvole avrebbe imboccato la vecchia e scalcinata strada provinciale verso Adria e da lì si sarebbe imbarcato letteralmente in una piccola avventura attraverso territori impervi, mutevoli e talvolta perfino pericolosi da affrontare senza una guida del posto. Ma d’altro canto, cosa sarebbe mai andato a fare un turista nel grande vuoto del Delta orientale?
“Volevo solo rivedere le zone in cui andavo in gita da bambina”, spiegò Caterina, come rispondendo alla muta domanda del suo interlocutore. Ma Giorgio non commentò: l’anziana signora poteva pure essere una sciroccata, ma aveva pagato quanto dovuto per arrivare fino al camino spezzato, l’ultimo relitto della civiltà a resistere all’avanzata del mare.

Continua…

Una risposta

  1. Qui però ci sono tramonti che hanno stile africano ed io nato in Libia e strappato all’età di 5 anni, ne godo ogni volta che posso.
    Qui, però, ci sarebbe ancora la possibilità di costruire avendone voglia una società in accordo con la natura: una società naturalistica; che non significa negare l’industria, ma trarne quanto è utile all’uomo. Invece prolifera la mortificante specializzazione, gli allevamenti intensivi, i bovini allevati a farine e pastoni grazie alla maledetta soia, che danno carne che fa oggi letteralmente schifo. Prolifera, abito a Babbucce e la cosa è asfissiante, quell’Idiotismo della vita di campagna che già Marx ebbe a denunciare nel 1848, ma che la politica non intende risolvere e che nessuno denuncia.
    Il giornale locale, sebben nazionale, pubblica ciò che gli fa comodo e le lettere e le proposte non trovano ascolto. L’altro, solo locale, pare un giornaletto di parrocchia: ho notato che lo legge la gente più ignorante e”legge” le foto, ed è arrivato persino a commentare una mia lettera che non aveva pubblicato ma era stata pubblicata da altro quotidiano. Immaginate voi cosa non mi risposero alla mia giusta protesta.
    Smetto perché non voglio annoiare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *