Foto: Threecharlie

Capitolo 2. La capitale del Delta

Che il signor Giorgio fosse una persona perbene, Caterina l’aveva capito da un dettaglio. Quell’uomo schietto e ruvido aveva contato il proprio compenso fino all’ultima banconota, ma non aveva degnato della minima attenzione il grosso zaino che la signora si era faticosamente trascinata fino all’imbarcadero. Né le aveva chiesto cosa contenesse da renderlo tanto pesante, mentre la aiutava a issarlo in barca.
Caterina si era sentita confortata da quella indifferenza: poteva stare certa, si disse, che Giorgio non avrebbe tentato di derubarla, né avrebbe preteso di sapere cosa trasportasse all’interno. Quell’uomo voleva solo svolgere il proprio lavoro, ricevere il compenso e tornare a casa. Non era cosa scontata: quando era partita, l’avevano messa in guardia su certe guide del posto, leste a far sparire nel primo acquitrino il turista fesso e nelle proprie tasche i suoi preziosi averi.
I peggiori li trovavi in insediamenti scalcinati come Ariano, con le sue quattro catapecchie su palafitte e il porticciolo melmoso da cui partivano stagionali battute di caccia e pesca nelle vicine paludi ricche di pesce, selvaggina e zanzare. Ma anche ad Adria derubare il forestiero era l’attività più redditizia a disposizione.
Il centro storico era un dedalo di palazzi in rovina e la periferia un groviglio di case senza capo, né coda. Le avevano tirate su in fretta e furia per accogliere la popolazione delle terre più orientali e poi presto abbandonate al declino. Oggi la capitale del Delta appariva un lugubre villaggio immerso in una sorta di giungla. Caterina aveva preferito non passare per il centro, per timore di non riconoscere più le vie che aveva percorso da giovane.
Appena fuori città il Canalbianco sembrava squagliarsi letteralmente in una palude torbida che da lì ricopriva tutte le terre più a est, fino all’immane labirinto di canneti che faceva da cerniera tra la terra e il mare. Quel poco che rimaneva della cittadina etrusca era sommerso da una vegetazione tropicale del tutto aliena agli occhi di Caterina. Sopra le fronde degli enormi alberi svettavano il campanile della cattedrale e un brutto condominio ricoperto di rampicanti. Nell’area un tempo occupata da un centro commerciale era stato creato una sorta di fatiscente porticciolo, da cui partivano barchini attraverso le vie fluviali, le più sicure per addentrarsi nelle terre orientali.
Solo pochi pazzi osavano ancora cercare di arrivare ad Ariano a bordo di scassatissime jeep attraverso un reticolo di vecchie strade arginali rattoppate, semidistrutte, che in più punti franavano in paludi fangose, distese di rovi e boscaglie ombrose.
In ogni caso, per raccapezzarsi in quel labirinto occorreva uno del posto. E tra le molte facce da tagliagole che gironzolavano in città, si era affidata a Giorgio, che aveva almeno un’aria onesta. Lui, però, chiarì subito che l’unica strada accettabile era quella per via d’acqua.
“Fino alle palafitte di Ariano forse si può anche tentare di arrivare in macchina – disse, grattandosi il mento – Ma ad ogni pioggia le strade si sfasciano e il percorso non è mai uguale a quello dell’anno prima. Si rischia di impantanarsi in qualche acquitrino, con il sole a picco e quest’afa che ti uccide. E poi, arrivati là bisogna comunque proseguire in barca”.
Caterina non obiettò. L’esperto era lui. Il suo mezzo e le sue conoscenze, naturalmente, avevano un costo. Ma lei era arrivata con un portafoglio adeguatamente gonfio. E la cifra che concordò con Giorgio comprò anche la sua indifferenza verso quello che trasportava nello zaino.
Lei raccomandò solo di maneggiarlo con cura e gli fu grata quando quello si adeguò: non era proprio il caso di sbatacchiare ciò che trasportava.

Continua…

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