Foto di Nicola Quirico

Capitolo 4. Il porto di Ariano

Caterina era un po’ delusa. Immaginandosi quegli acquitrini prima di partire, si era aspettata un viaggio avventuroso e irto di pericoli. Invece le era capitato giusto di avvistare una nutria intenta a solcare placidamente il pelo dell’acqua con il grosso muso peloso di fuori.
Ma Giorgio glielo aveva spiegato, di non fantasticare troppo sulle paludi che si formavano appena passata Adria. I “sette mari” – così li chiamavano i locali – non erano le everglades della Louisiana, ma una piana morta e silenziosa, popolata dalle più audaci tra le creature viventi. Qua e là qualche airone attendeva disciplinatamente il passaggio di un pesce. Ma erano finiti per sempre i tempi in cui quell’area attraeva centinaia di migliaia di uccelli migratori dall’Africa. Il cambiamento del clima aveva spazzato via anche quel rito antico di migliaia di anni.
Il nuovo ecosistema delle paludi, dei canneti e delle lagune si stava ancora formando, ma probabilmente non sarebbe durato che un battito di ciglia. Aveva ragione Giorgio: tra non molti anni il mare si sarebbe mangiato nuovamente tutto.
“Ecco Ariano”, disse lui. Dove le acque si aprivano in un grande lago, sorgeva una sorta di isoletta di edifici scalcinati. L’ultimo avamposto umano prima del nulla. Alle spalle dell’abitato, una gigantesca collina era ciò che rimaneva di un antico argine logorato dal tempo e dalle acque.
La donna si guardò intorno, mentre la barca si avvicinava lentamente al molo. Non riconosceva assolutamente nulla del paese dei suoi ricordi.
“Dobbiamo proprio fermarci?”, chiese. Quel mucchio di case le metteva angoscia.
“Solo qualche ora. Aspettiamo la marea giusta”, rispose lui. E per la prima volta il suo tono di voce sembrò addolcirsi.
Ad Ariano il Delta finiva. Lì il Grande Fiume cessava di biforcarsi e si spandeva in un’immensa valle di canneti, isolette, scanni sabbiosi, fino ad una piatta laguna che si perdeva in mare aperto. Il porticciolo era la via d’accesso alle grandi acque, sotto cui riposavano per sempre case, strade e piazze di paesi quasi dimenticati. A Caterina parve di stare sull’orlo di un abisso.
Al porto poche persone bivaccavano su sedie all’ombra, aspettando che le ore più calde passassero e l’aria irrespirabile fosse stemperata dalla brezza proveniente dal mare. Dall’interno di una casa un altoparlante buttava fuori una vecchia canzone a sovrastare un rumore di stoviglie e piatti.
Mentre Giorgio fumava, la donna prese dallo zaino un pezzo di focaccia e si sedette su un cordolo di terra vicino all’acqua. Presto un nugolo di formiche corse a spartirsi le briciole ai suoi piedi, formando poi una lunga fila fino ad un pertugio nel terreno. Caterina le immaginò sparire sotto terra, percorrere il labirinto di cunicoli del formicaio e depositare il cibo appena raccolto in qualche oscuro magazzino pieno di larve. Quel frenetico viavai le sembrò la cosa più piena di vita nella terra morente in cui era approdata.
A interrompere i suoi pensieri, arrivò all’improvviso un refolo di aria umida. Sollevò lo sguardo e incrociò quello del suo accompagnatore.
“Possiamo ripartire”, disse lui. 
Erano vicini all’ultima tappa di quel viaggio.

Continua…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *