Foto di Giorgio Galeotti

Capitolo 6. La resa dei conti

Forse ciò che più spaventò Giorgio, quando Caterina estrasse quell’oggetto inquietante dal suo bagaglio, furono gli occhi di lei. All’improvviso il suo sguardo, che gli era sembrato malinconico e trasognato, ora pareva sprizzare scintille e braci. Erano occhi carichi di furia. E il sorriso sul suo volto non aveva più nulla di dolce e gentile: raccontava, invece, che si stava per consumare una vendetta.
E Giorgio sapeva leggere bene nell’animo delle persone. Il viso della donna raccontava esattamente ciò che le ribolliva dentro in quegli istanti. Qualcosa che si era risvegliato alla visione di quel manufatto superstite. Qualcosa che non l’aveva colta di sorpresa: l’obiettivo del suo viaggio era arrivare proprio lì, a cospetto del camino spezzato.
Quell’obbrobrio di cemento era un ricordo nitido delle sue giornate al mare con mamma e papà: iniziavi a vederlo già superando il ponte alle porte di Ca’ Tiepolo, ma il momento in cui si stagliava in tutta la sua bruttezza era il lungo rettilineo che attraversava la frazione di Tolle, viaggiando verso est. Da qualsiasi punto del Delta, in ogni caso, non si sarebbe potuto fare a meno di vederlo. E per questo a Caterina quella brutta ciminiera era sempre sembrata qualcosa di arrogante, di prepotente.
Non le piaceva anche quando era troppo piccola per conoscerne la storia. E una volta cresciuta, suo papà le aveva raccontato di come quel camino cupo avesse dominato davvero il Delta e le sue genti, le avesse illuse e poi avvelenate. Per rimanere ancora lì, una volta spento, come un enorme monumento, sempre conficcato negli occhi di chi attraversava l’isola.
Era davvero una beffa, che fosse stato proprio lui, il mostro di cemento, a sopravvivere al disastro che aveva spazzato via quella terra. Perché erano stati mostri come quelli e le persone che li avevano eretti a fare sì, anno dopo anno, che il mare si mangiasse terre, città e popoli. Dopo avere promesso ricchezze e benessere, avevano lasciato un deserto.
“Cos’è quello?”, domandò Giorgio, quasi balbettando.
“E’ solo uno strumento per chiudere un conto”, disse lei, con voce calma. E all’improvviso i suoi occhi e il suo sorriso erano tornati quelli dolci e calmi che lui aveva incontrato la prima volta, in quel porticciolo appena fuori Adria.
Era un conto aperto da molti anni. Uno sfizio, se vogliamo, che Caterina voleva tanto togliersi, prima di morire. E che Giorgio, come chiunque altro, avrebbe faticato a capire, avrebbe giudicato una follia. Come biasimarlo? A lei stessa quel viaggio faticoso, solo per essere lì al cospetto del mostro, sembrava una piccola follia.
Eppure, si diceva, la strana missione che l’aveva condotta lì era una piccola, innocua bizzarria. Folli erano state le azioni di chi, in una manciata di decenni, aveva sconvolto il mondo e cancellato terre per guadagnare denaro. Folle era stato accettare tutto questo come inevitabile, sgomberare le proprie case, abbandonare gli amici, trasferirsi in un paese di montagna, che in poco tempo era diventato una piccola città. E lì riprendere semplicemente a vivere, adattandosi al cambiamento.
Caterina non era certo l’unica figlia di un mondo impazzito. Come lei, tanti altri in quegli anni erano andati a cercare la loro personale resa dei conti. Erano tutti della sua età, che avevano vissuto l’infanzia in un mondo che non esisteva più. Ed era tramite altri come lei, del resto, che era riuscita a procurarsi lo strumento di distruzione che teneva saldamente in mano, ripassando mentalmente i gesti da compiere per farlo funzionare.
Inquadrò il camino spezzato, godendosi l’adrenalina che le faceva battere il cuore all’impazzata.

Continua…

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