Foto di Enrico Strocchi

Capitolo 7. Tabula rasa

Giorgio aveva ottime ragioni di essere spaventato.
Quello che Caterina reggeva in mano con insospettabile disinvoltura era un’arma. Uno di quegli orpelli da guerra che si vedevano in genere al telegiornale, in mano a qualche ragazzino dalla pelle scura in una delle tante carneficine esplose nell’area Mediterranea. La forma era semplice, quanto la sua funzionalità: una sorta di grosso tubo di colore scuro, un piccolo display e un manico con un grilletto. Lei reggeva quell’arma con una forza e una disinvoltura insospettabile.
Caterina pescò dallo zaino un grosso oggetto con la punta ad ogiva. Con tutta evidenza un proiettile. Fece clic, incastrandosi nella sua sede. Il display si colorò di rosso, poi di arancione, giallo e infine divenne verde.
Nella testa di Giorgio si affollò una folla di domande su chi fosse davvero Caterina, come si fosse procurata quell’arma e che cosa intendesse farne. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma non ci fu spazio per discussioni. Lei sollevò l’arma, un mirino elettronico entrò in funzione, l’intelligenza artificiale prese una decisione in una frazione di secondo e chiese conferma. Il dito sul grilletto diede l’ok. Dal retro del tubo partì una fiammata azzurra. Dal lato opposto la testata schizzò dritta in direzione dell’obiettivo.
Giorgio ebbe la sensazione che in quella minuscola porzione di tempo perfino il suo cuore avesse saltato un battito. Il boato successivo lo colse di sorpresa.
Caterina, invece, aveva già visto l’arma in azione. La prima volta, il rinculo l’aveva colta alla sprovvista e scaraventata a terra. Al terzo tentativo, invece, si era goduta la spettacolare distruzione che quel piccolo proiettile era in grado di produrre. Non sapeva cosa contenesse di tanto devastante, ma rispondeva con efficienza alle aspettative per cui era stato progettato. Trapassò come un foglio di carta la parete di cemento armato della vecchia centrale ed esplose al suo interno con una fiammata rossa e gialla della forma di un enorme cavolfiore.
Ecco, pensò lei, cos’ha prodotto la generazione dei miei genitori: nuclei di vecchi pazzi, terroristi allegri, che cancellano a colpi di granate i resti della loro maledetta civiltà.
L’onda d’urto scosse l’acqua con una tale potenza, che la barca si capovolse ed entrambi finirono in acqua. Anche a questo era preparata: mollò ciò che aveva in mano e si tuffò. Giorgio invece andò a fondo come un peso morto. Nell’acqua tersa vide banchi di pesci schizzare via, mentre dal fondo si sollevava una nube di melma. Riprese il controllo, si diede una spinta verso l’alto e, una volta riemerso, con poche bracciate ritrovò la chiglia rovesciata e si aggrappò allo scafo. Dal lato opposto, la donna aveva fatto lo stesso e guardava sorridente in direzione del camino spezzato.
“L’ho sempre odiata, quella centrale”, disse. Ora il suo sorriso aveva un tono allegro.
Alle loro spalle, uno stormo di uccelli si era levato in volo dai mille nascondigli del canneto e si agitava nel cielo come un’unica creatura in continua, scomposta metamorfosi.
Spirali di fumo nero si alzavano dal rudere devastato. Il corpo principale dell’edificio collassò in un batter di ciglia e si sbriciolò in acqua. Perso il suo appoggio, il grande camino sprofondò e sparì, inghiottito dal mare. Sollevò un’ultima grande onda, che spinse rapidamente la barca e i due naufraghi aggrappati ad essa verso l’entroterra.

Fine.

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