La “grande rovra” di Ariano e il viaggio di Dante Alighieri

Il 28 febbraio si doveva inaugurare a Palazzo Roncale a Rovigo la mostra “La Quercia di Dante”, una rievocazione della prima Cantica dantesca affidata a tre artisti internazionali, uno per ciascuno degli ultimi tre secoli.

Purtroppo, per le misure legate al Coronavirus, tutti gli eventi pubblici sono stati annullati e si poteva solo vedere la mostra individualmente: il mio biglietto era il numero 69, per cui penso di essere stata una delle poche persone a visitare l’esposizione, che è stata chiusa subito dopo e rimandata purtroppo a data da destinarsi, per cui ne parliamo qui.

Quattro artisti per celebrare Dante

L’Inferno in versione ottocentesca non poteva che essere quello, universalmente noto, del francese Gustave Doré, di cui in mostra è esposto l’intero corpus di 75 tavole, mentre per evocare l’Inferno in versione novecentesca, sono state riunite le immagini di “Dante’s Inferno (1958-60)” dello statunitense Robert Rauschenberg.

Un’artista donna, la tedesca Brigitte Brand è stata infine chiamata ad illustrare l’Inferno con occhi e sensibilità odierne, e ci propone in mostra anche un “Omaggio alla Grande Quercia”, l’albero cui Dante sarebbe stato tributario della propria salvezza, esposta al piano terra nello stesso Palazzo Roncale, dove è riservata un’ampia sezione espositiva con l’installazione dell’artista rodigina Miranda Greggio.

Partirò da lei per descrivere separatamente le opere degli artisti presenti.

La “grande rovra” di San Basilio

Narra la tradizione che, attraversando l’area del Delta del Po, Dante si sia smarrito nell’intrico di acque e boschi, che all’epoca ricopriva l’intera area e per orientarsi decise di arrampicarsi su un albero possente, individuato nella “Grande Rovra di San Basilio”.

Un percorso che Dante affrontò nell’estate del 1321, tornando da Venezia e diretto a Ravenna per consegnare un’ambasciata al Podestà Guido Novello da Polenta, padre di Francesca da Rimini, protagonista del canto V dell’Inferno. Il poeta era in cammino verso la pieve di san Basilio, dove avrebbe sostato nell’Hospitium gestito dai monaci di Pomposa, e proprio nel Delta venne contagiato dalla malaria, che lo fece morire pochi mesi dopo a Rimini.

La “Rovra”, cioè la farnia in dialetto polesano, era citata per maestosità ed altezza in un atto notarile del 1538, era realmente una quercia gigantesca, alta 26 metri, ed il  suo tronco poteva essere abbracciato da dieci bambini o sei adulti; tutto questo fino al 1976, quando venne colpita da un fulmine e resistette fino al 25 giugno 2013, quando l’albero mutilato cadde al suolo.

L’impronta della grande quercia di Dante

Nella sala a piano terra di palazzo Roncale, la memoria della grande quercia è rappresentata da una reliquia delle sue possenti radici, proveniente da Ariano nel Polesine, davanti alla quale si stende un lungo telo bianco, l’installazione chiamata “Cortex” realizzata dall’artista Miranda Greggio, ottenuta con una antica tecnica di pittura chiamata ‘Frottage’, basata sullo principio dello sfregamento sul telo con l’erba, un processo creativo che ha saputo cogliere ogni segno della corteccia dell’albero ricavandone una copia del rilievo dell’intero albero, una impronta simbolica che misura 25 metri, come la quercia e permane nel tempo.

Nella sala è esposta anche una grande tela opera inedita di Brigitte Brand, ma di lei parleremo nella prossima puntata dantesca.

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