Liana Isipato recensisce “La Lezione” di Marco Franzoso, Mondadori, 2022.

Non leggete La Lezione, se cercate storie edificanti.
Statene alla larga se le atmosfere cupe e inquietanti non fanno per voi.
Ma se amate inoltrarvi negli abissi dell’animo umano lasciatevi condurre da questo romanzo, che in modo nitido e serrato mette in scena le ombre irrisolte di una personalità repressa: lo fa usando una scrittura nervosa, sincopata, perfetta per rendere l’angoscia e i mutamenti della protagonista; e lo fa con un ritmo incalzante, che ci cattura.

“Era vero. In pochi giorni ero diventata un’altra. O piuttosto ero tornata a essere ciò che ero sempre stata e a cui negli anni avevo rinunciato per assecondare i desideri e le aspettative degli altri.”

Elisabetta Sferzi è un giovane avvocato che lavora in uno studio con scarse prospettive di carriera; ha un rapporto piuttosto convenzionale e altalenante con un fidanzato tutto messaggini e cuoricini, senza un reale incontro d’anime e profondità di sentimenti. Gli affetti più veri sono il vecchio padre vedovo, e il cane di famiglia Adriano, anch’esso ormai malandato.
La vediamo veleggiare in bicicletta, nella brezza primaverile, entrare nello studio associato, affrontare l’incontro con un suo assistito e poi, in pausa pranzo, tenere a bada gli insistenti approcci del suo collega Ugo Viviani. Tutto molto soft e naturale, finché a un tavolo vicino scorge un suo vecchio cliente, Angelo Walder, condannato per violenza e stupro, e ora tornato in libertà.
Questa visione, e il fatto di sentirsi braccata da lui nei giorni successivi, scuote le sicurezze di Elisabetta, che già nei precedenti contatti con Walder, prima della sentenza, si era sentita incalzata, messa a nudo da quell’estraneo che aveva intuito e portato alla superficie aspetti insospettabili e perturbanti della sua personalità.
La paura nel rivederlo in libertà, il timore della sua vendetta, la convinzione di non dover più essere arrendevole come finora si era dimostrata, la spingono a raccogliere tutte le proprie forze, per reagire con la massima durezza. Proprio in ufficio mostrerà la sua prima reazione violenta a una richiesta del collega Viviani, che prima assale verbalmente e poi spinge a tutta forza, facendolo quasi cadere: “Mi sono ripromessa che da quel momento avrei sempre messo me stessa al centro della mia vita”.
E con questo spirito affronta a muso duro i clienti (specie quelli morosi), imposta in modo diverso il rapporto col fidanzato, colpevolizzandolo e rendendolo l’anello debole della coppia. Soprattutto, risolve in modo deciso e violento il ‘problema Walder’ quando se lo ritrova nel proprio appartamento e – dopo averlo colpito – lo lega imprigionandolo. Per giorni lo tortura, ma lo tiene in vita nutrendolo e mantenendo un dialogo-lezione reciproco, attraverso il quale, lasciando cadere la propria maschera sociale, lei rivela la sua natura più nascosta e diventa sempre più una nuova Elisabetta…

P.S. Non ho preannunciato niente che non tolga il gusto della lettura a chi volesse accostarsi a questo bel romanzo: è lo stesso autore che all’inizio, prima del dipanarsi della storia descrive, nella pagina in carattere corsivo, l’aggressione di Elisa a Walder, quasi una scena cinematografica che fa da incipit al film successivo.
Questo, senza nulla togliere alla sapiente tecnica di suspence che ci costringe a una lettura rapida e avvinta. Al tempo stesso Franzoso ci impone di riflettere su quanto di noi ci sia in Elisabetta, quali fragilità e lati oscuri si possano nascondere dietro le comuni, ‘normali’ vite di tutti noi…

P.P.S. Mi sono chiesta come mai Marco Franzoso, intellettuale insospettabile, che pubblicamente prende posizione contro la violenza di genere e lo strapotere maschile, abbia inscenato proprio la parabola di trasformazione di un personaggio femminile, da ‘brava bambina’ a erinni scatenata, ai limiti della follia.
Forse, credo, per farci riflettere sul fatto che inizialmente siamo tutti uguali, alla nascita, con gli stessi istinti di possesso, aggressività, gelosia, dolcezza, affetto, e che le differenze di genere non sono biologiche ma storiche, e su questo bisogna lavorare…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.