Come tutte le feste istituzionali, anche il 25 aprile corre sempre il rischio di essere dominato da un fiume di retorica. Un’ottima alternativa alla fuffa celebrativa sono le storie vere di chi l’ha vissuto.

Non ho il privilegio di ricordare storie epiche della mia famiglia e mi importa poco. Come tutti, per decenni mi sono sorbito le storie dei miei nonni ai tempi della guerra. E se quand’ero ragazzino le trovavo in genere noiose, con il passare degli anni hanno iniziato ad affascinarmi.

Di quelle storie mi affascina proprio il fatto che siano storie qualunque. Ne ho un ricordo vaghissimo, ma mio nonno materno mi aveva raccontato del bombardamento della stazione ferroviaria di Rovigo, vissuto in prima persona. Mia nonna paterna mi ha narrato varie volte degli aerei alleati (chiamati “Pippo”) che solcavano i cieli, della paura delle bombe, della loro casa nel ferrarese sventrata da un ordigno, dei rifugi nei campi.

Avendo la fortuna di avere ancora i nonni paterni, l’anno scorso mi ero appuntato le loro storie sul 25 aprile (le trovate qui), in cui raccontavano la Liberazione vista dagli occhi di chi abitava nella zona di Portomaggiore: i carri armati inglesi arrivati in città intorno al 20 di aprile, i soldati dell’ottava armata che lanciavano cioccolata e sigarette.

Nelle storie di mio nonno ci sono soldati scozzesi, americani che giocano a dadi, un soldato della Brigata Ebraica che parla l’italiano con perfetta inflessione bolognese, essendo figlio di un emiliano fuggito a Tel Aviv poco prima delle leggi razziali fasciste.

Ci sono anche i tedeschi in fuga, quelli catturati, quelli annegati nel Po per paura di essere presi. Ci sono ragazzi affamati e allo sbando. Ci sono i soldati inglesi che pietosamente offrono sigarette, tè caldo e fette di pane imburrato ai prigionieri. Ci sono i gesti di umanità o la semplice quotidiana.

Il 25 aprile è una festa dal significato netto: c’è stato chi combatteva dalla parte della libertà e chi dalla parte della dittatura, del razzismo e dell’intolleranza. Su questo non ho alcun dubbio. Allo stesso tempo, è un affresco fatto di tante storie, quelle di chi ne è stato protagonista, della gente comune e perfino quelle di chi ha combattuto dalla parte sbagliata.

Vale la pena scoprirle, anche solo per ricordarsi che nei grandi eventi della storia i protagonisti e le comparse, i carnefici e le vittime sono i comuni esseri umani, come avremmo potuto essere noi. 

Foto: fanteria inglese a Portomaggiore (tratta dal sito resistenzamappe.it)

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