Liana Isipato recensisce “La lingua salvata. Storia di una giovinezza” (Die gerettete Zunge. Geschichte einer Jugend, 1977) di Elias Canetti, Biblioteca Adelphi n. 95, 1980.

Avevo conosciuto un difficile Canetti -parecchi anni fa- leggendo il suo “Auto da fé“. Ho acquistato “La lingua salvata” perché amo le autobiografie, e da questa sono stata rapita.

Straordinaria la lucidità dei ricordi, fin dalla primissima infanzia; l’incipit si apre proprio su un sogno ‘intinto di rosso’, fatto sicuramente a due anni. E poi…il terrore delle storie di lupi mannari e vampiri, che le contadinelle poco più che decenni, a servizio nella casa, gli raccontano strette a lui, al buio, le sere in cui mamma e papà escono.

Intensi i suoi rapporti con i genitori, ebrei di origine portoghese, e le altre persone del ricco repertorio che lo circondano, in un ambiente fatto di molte lingue, culture, tradizioni. Canetti, nato nel 1905 a Rustschuk, sul basso Danubio, ne parla come di una città meravigliosa, dove viveva gente diversissima e in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Anche i genitori parlano a quel tempo in una lingua ‘speciale’ che Elias non capisce… è il tedesco, in cui lui stesso comincerà a esprimersi solo quando andrà a scuola, a Vienna, dopo i terribili tentativi pedagogici della madre, timorosa che la scarsa conoscenza della lingua impedisse la sua ammissione alla terza elementare.

Elias ci mostra il grande magazzino del nonno, col suo ‘odore meraviglioso’ fatto dei coloniali venduti all’ingrosso, e dei sacchi di lenticchie, avena, riso…un sapore esotico che avvolge il suo vissuto, finché non iniziano le peregrinazioni della sua famiglia dalla Bulgaria a Londra, dove morirà giovane il padre, poi a Vienna e a Zurigo; sullo sfondo brillano sinistri i bagliori della I Guerra Mondiale, a stravolgere la vita di milioni di persone e anche dell’autore. Un aspetto centrale del libro è il racconto della sua educazione culturale, le sue letture (inizialmente veicolate dalla madre, donna colta e appassionata), la sua frequentazione della scuola e il rapporto con gli insegnanti, la sua maturazione. La narrazione si conclude al 1921, quando Canetti è costretto dalla madre ad abbandonare Zurigo, un doloroso strappo che chiude il romanzo e segna una cesura che sigilla la prima parte della sua vita: ”Il paradiso zurighese era finito, finiti gli unici anni di perfetta felicità”…

Si tratta del magnifico racconto dei primi 16 anni di vita. Elias bambino ci intenerisce e ci affascina, con il suo carattere forte, sensibile, e con l’intelligenza brillante. Certo, il suo è un contesto privilegiato: quanti bambini discutono di Shakespeare coi propri genitori? Le buone possibilità economiche, gli spostamenti in città diverse, la necessità di capire ed esprimersi in differenti lingue offrono al bambino e all’adolescente stimoli e ricchezza di esperienze. Spicca il rapporto passionale e a volte conflittuale con la madre, ma mi ha colpito anche il modo in cui parla dei suoi insegnanti, intendendo che la frequentazione di tanti tipi diversi di persone ci avvicina a qualcosa di più dell’apprendimento: la scuola, attraverso la molteplicità della natura umana, è la prima vera scuola di conoscenza dell’uomo.
Canetti ci affascina con un linguaggio fresco, colorito, suggestivo. Non c’è un attimo di noia. Lettura entusiasmante!

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