La cronaca ci regala con una certa frequenza episodi criminali cui non possiamo restare indifferenti. Penso alle tragedie di Pamela Mastropietro, macellata ancora viva, o a Manuel Bortuzzo, un campione di nuoto privato per sempre dell’uso delle gambe: sono solo due esempi di una lista che continua ad allungarsi, e le lacrime più o meno ipocrite di politici e giornalisti servono a poco. Le due vittime sono molto diverse, una ragazza fragile che non abbiamo saputo aiutare ed un ragazzo forte, non solo fisicamente, che non abbiamo saputo tutelare. Due vite preziose, uniche, meravigliose come lo sono tutte. Nonostante le grandi differenze c’è un filo rosso che collega i due eventi: è la sottocultura deviante che funziona da brodo di coltura per i comportamenti antisociali culminati nelle loro uccisioni. Le responsabilità non si fermano a quelle ovvie ed innegabili degli spacciatori nigeriani o degli spacciatori-guappi nazionali (con buona pace della crescente 1° Legio Salviniana), ma si estende a tutti noi. Se accettiamo tutto ciò che si contrabbanda per cultura, senza l’onestà e il coraggio di distinguere buono e cattivo e senza collegare la sottocultura di tante borgate e di tante enclave presenti nel paese ai fenomeni criminali così diffusi, legittimiamo il comportamento di chi ritiene che una giovane in difficoltà possa venire drogata, violentata e fatta a pezzi o di quei guappi che per rispondere ad un presunto sgarro all’autorità mafiosa si vendicano sparando, magari a casaccio, contro cittadini del tutto estranei alle dinamiche tribali delle loro miserabili vite.

Colpisce particolarmente la connivenza, la complicità culturale espressa da tante “madri di famiglia” dei quartieri da cui provengono i criminali, che sono definiti “ragazzi normali” cui le cose sfortunatamente sono andate male. Come dire che se somigli anche vagamente ad un nemico di questi RAS da quattro soldi mica puoi aggirarti nottetempo in cerca di un distributore automatico: se “vieni sparato so’ cazzi tua”. E’ inutile negarlo: il paese cova nel suo ventre mostri orrendi, che non sono solo coloro che sparano o macellano, ma anche e per certi versi soprattutto coloro che legittimano la cultura alla base di questi comportamenti. Come si fa a pensare che il radicamento di organizzazioni che operano gestendo prostituzione, spaccio e traffico di schiavi non ci riguardi? Come si può accettare che i propri figli, gli amici, i partners non lavorino eppure vivano agiatamente, senza farsi domande sulla provenienza di quel denaro facile? E come ci possiamo difendere, perché è fuori discussione che i cittadini onesti abbiano il diritto di difendersi? Non con le armi, certo non con la giustizia fai da te, ma un modo dobbiamo pure trovarlo. Non c’è un rimedio garantito, ma è fuori discussione che pene severe e certe con riti abbreviati siano strumenti da usare immediatamente: da un lato si punisce un comportamento esecrabile e dall’altro si eliminano dalla società soggetti che palesemente non rispettano le regole del vivere comune. Ma si deve anche eliminare l’inaccettabile ed insopportabile zona grigia che sembra legittimare gli atteggiamenti antisociali di quanti ritengono che si possa vivere senza lavorare, che accettano la legge della gang in sostituzione di quella dello stato, che blaterano sui media proponendo giustificazioni assurde ad atti criminali gravissimi. Finché alle mamme di Scampìa sarà concesso di invadere le strade per impedire l’arresto dei pregiudicati senza che vengano perseguite non ci sarà soluzione. Finché si accetterà che i campi Rom siano terra off-limits, come la zona tribale afgana non si favorisce certo la legalità. Finché ci si accanisce con una severità da processo di Norimberga contro l’idraulico che non emette fattura e non si interviene per capire come personaggi nullatenenti e senza lavoro ostentino un tenore di vita lussuoso, non si stimolano i cittadini a comportamenti virtuosi. Serve un’azione profonda che incida sulla cultura individuale, ma nel frattempo, finché le “mamme” non si dissoceranno dai comportamenti di figli e amici non abbiamo alternative: carcere ai criminali e misure severe a chi si rende loro complice. A ben vedere è apologia di reato, se non addirittura intralcio alla giustizia.

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