Liana Isipato recensisce “La peste” di Albert Camus (Gallimard, 1947), Bompiani, 1948, 2017.

Tutti dicono: ‘È la peste, abbiamo avuto la peste.’ Poco ci manca che vogliono una medaglia. Ma cosa vuol dire la peste? È la vita, punto e basta.”

Ecco, comincerei con questa citazione, che -secondo me- dà il senso di questo romanzo per niente canonico, cronaca dell’arrivo della peste a Orano, già preannunciata da un’invasione di topi, e datata 30 aprile 194. (sic!). Dalla scoperta del primo morto, la descrizione degli sviluppi dell’epidemia prosegue in maniera puntuale, con una scrittura asciutta, suggestiva.

In realtà alla cronaca del narratore (si saprà solo alla fine essere lo stesso medico Rieux, principale protagonista del romanzo, che della peste ci vuol dare un resoconto obiettivo) si affianca quella di un altro testimone, Jean Tarrou, che annota tutto nei suoi taccuini, di cui ci vengono dati ampi stralci. Intellettuale disilluso, convinto che la peste è dentro di noi, dà prova di forte coraggio e mettendosi a disposizione aiuta il medico a organizzare l’intervento sanitario.

La storia si fa ancora più interessante con l’entrata in scena di altri personaggi, come il giornalista parigino Rambert che, arrivato a Orano per un’inchiesta e smanioso di ripartire per tornare dalla donna amata, si trova intrappolato quando la città viene isolata, impedendo arrivi e partenze. Camus, attraverso la separazione di Rieux e Rambert dalle loro donne, ci trasmette la sensazione di separatezza, dell’isolamento generale, che lascia le persone sconcertate, fino a scoprire “la sofferenza profonda di tutti i prigionieri e di tutti gli esuli, che è quella di vivere con una memoria che non serve a niente”.
Entrano in scena sempre più i sentimenti delle persone e, attraverso i loro dialoghi, le riflessioni esistenziali e morali.

La morte regola il mondo, e secondo il medico -non credente- dobbiamo “lottare con ogni forza contro di essa, senza alzare gli occhi verso il cielo dove lui tace”. Quando la collettività ha paura si rifugia spesso nella superstizione, ma ci vorrà la morte tremenda di un bambino (quella bocca di bambino, insudiciata dalla malattia, piena di quel grido senza età), cui oltre al medico assiste in diretta il parroco Paneloux, a scuotere le coscienze e a creare in quest’ultimo una profonda inquietudine. Durante un colloquio con Rieux arriva infatti a difendere la necessità di amare, nel divino, anche ciò che non si può capire, mentre il medico esprime un’altra idea dell’amore e afferma con passione il suo rifiuto di amare la creazione di un mondo dove i bambini sono torturati. Paneloux assume una posizione estrema, dichiarando la fede crudele, in certi casi, agli occhi degli uomini, ma necessaria, come necessario è l’abbandono di sé stessi. Non volendo perdere la fede, Paneloux assume la scelta paradossale, di fronte all’epidemia, di considerare peccato curarsi e all’arrivo della malattia rifiuta l’aiuto della medicina e si abbandona alla Provvidenza, alla volontà di Dio, incontrando così la morte.

Rambert, che nel frattempo si era messo a disposizione per l’organizzazione e la cura dei malati, quando avrebbe potuto partire di nascosto grazie al ‘favore’ a pagamento di qualche guardia, si reca da Rieux a dirgli che ha scelto di restare. Il medico risponde che gli sembra sciocco, e non c’è da vergognarsi a scegliere la felicità, ma Rambert risponde “Sì, ma forse c’è da vergognarsi a essere felici da soli.” Lui, ormai, sente di appartenere alla città, di voler condividere il dolore degli uomini. Camus ci vuole così dire che le sventure più assurde e inaspettate possono essere contrastate soltanto con la solidarietà.

Lo stesso Tarrou si rivelerà un personaggio sempre più interessante, perfino commovente, capace di costruire, in assenza di normalità, un’amicizia ‘accelerata’ con il dottor Rieux, aprendogli la sua anima con l’estrema sincerità che non può mancare in un rapporto di amicizia vera.

L’epidemia si esaurisce, le porte della città si aprono, e nonostante gli episodi di egoismo, stupidità, disgregazione, presenti nel quadro di varia umanità del romanzo, Camus ci dice alla fine, attraverso le riflessioni di Rieux, che durante i flagelli ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.
Al tempo stesso, col suo stile dal ritmo asciutto e drammatico, Camus conclude il romanzo con queste parole molto chiare ed evocative:

Ascoltando infatti le grida di esultanza che si levavano dalla città, Rieux si ricordava che quell’esultanza era sempre minacciata. Poiché sapeva quel che la folla in festa ignorava, e che si può leggere nei libri, cioè che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, e che forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice”.

La peste, quindi, è anche una metafora…

Questo romanzo di grande successo, uscito il 10 giugno del 1947, ha conservato una grande attualità e non a caso, in questi anni di pandemia è stato letto da molte persone. Io ho preso l’edizione Bompiani del 2017, con la traduzione di Yasmina Melaouah.

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