La politica del fischione

Due consiglieri chiedono alla Regione Veneto di ostacolare la nascita di unParco nazionale del Delta del Po. Per quali ragioni? Il commento di Sandro Marchioro.

L’ultimo numero di Rem, che forse galleggia ancora in qualche edicola della provincia, l’abbiamo dedicato quasi completamente al riconoscimento che l’Unesco ha dato al Parco del Delta del Po.

Che questo territorio sia stato indicato come “Riserva della biosfera” ci pareva, e ci pare, una conquista e un impegno, che presenta certo degli aspetti problematici. Proprio quelli volevamo indagare. Sentite più campane, percorsi i territori politici e culturali più diversi, ci pare che il messaggio finale sia chiaro: è un’opportunità, pratichiamola, coscienti delle difficoltà che ci sono ma anche convinti che non bisogna perdere un’occasione come questa.

Tra le difficoltà indicate dai più, anche da politici di diversi e opposti schieramenti, c’era il fatto che un territorio omogeneo come quello del Delta ha la sfortuna di ricadere su due regioni e quindi il fatto che esistano due Enti Parco è una debolezza, una dispersione di energie e di risorse, una complicazione sia in ambito politico che in quello gestionale.

Risulta limpido come l’acqua il fatto che arrivare ad un unico Ente che gestisce il Parco sarebbe migliorativo rispetto alla situazione attuale. Certo, dipende da come lo si fa. Ma è comunque meglio lo si faccia. Lo dice l’esperienza di vent’anni di gestione dei due tronconi di parco che, è sotto gli occhi di tutti, hanno dato risultati che potrebbero essere molto, ma molto migliorati. Quasi in contemporanea alla nostra inchiesta il Parlamento ha avviato l’iter che dovrebbe portare alla fusione dei due Enti, usando lo strumento del riordino della legge quadro sulle aree protette, la 394 del 1991.

E’ a questo punto che giunge, atteso e previsto, il dissenso. Il Parco ha sempre avuto, soprattutto nell’area veneta, cioè polesana, una digestione difficile: hanno fatto sempre paura (talvolta a ragione) i vincoli, i limiti alle attività umane che le normative impongono a chi vive in un territorio che diventa Parco.

Più che altro l’istituzione di un Parco impone una visione di sviluppo diversa, molto diversa, rispetto a quella che si prospetta in un’area normale. Richiede un mutamento di mentalità, che è comunque finalizzato a cogliere un’occasione, non certo a sprofondare nella miseria. Ma il dissenso c’è sempre stato e sempre ci sarà. Si maschera, si nasconde sotto forme molteplici (la paura dei vincoli, il sacrificio delle comunità, la mancanza di libertà, i limiti all’economia); ma quasi sempre è di fatto la difesa di interessi piccoli, minimi, ridicoli rispetto alla difesa dell’interesse vero di una comunità.

E’ il caso della mozione appena presentata dal consigliere regionale Sergio Berlato, Presidente della terza Commissione permanente del Consiglio regionale del Veneto, che vorrebbe impegnare la Giunta Regionale in una battaglia senza quartiere contro l’istituzione di un Parco Nazionale al posto di due parchi regionali. Le paure che Berlato evidenzia pur seppellendole sotto il cumulo di parole della mozione, stesa in perfetto stile burocratico-politichese (che è quanto di più osceno e incomprensibile la lingua italiana produca) sono due: 1) le comunità locali non conteranno più niente e 2) il Parco Nazionale sarà “un nuovo carrozzone mangiasoldi”.

Si possono analizzare queste affermazioni dal punto di vista politico, ma la noia ci avvelenerebbe il sistema cardiocircolatorio. Si può invece pensare a quello che dice, legittimissimamente, Berlato usando la memoria e la logica. Da quello che ricordiamo e che abbiamo visto in questi anni le comunità locali non hanno mai contato un cazzo nella gestione del Parco, dato che il Parco è sempre stato una specie di Pro Loco, sempre coi motori al minimo.

Nonostante la buona volontà le cose che si potevano fare, anche coinvolgendo davvero le comunità locali, erano molte di più. Quindi, a suon di logica, peggio di così non può andare.E se verranno invece applicate e realizzate le aspettative della legge (ma dipende da noi mica dalla legge in sé) le comunità locali potrebbero invece cominciare a contare qualcosa.

Per quanto riguarda il “carrozzone mangia soldi” anche qui la logica è debole: vuoi vedere che due carrozzoni mangiasoldi (cioè la situazione attuale) sono meglio di uno?

C’è però un’anima abilmente nascosta, un demone agente, un ribollire sotterraneo in questa operazione di Berlato: gli interessi veri che questo setter scozzese della politica regionale difende non sono quelli della Comunità, ma di una fettina piccola piccola della Comunità: la comunità dei cacciatori.

Da sempre Berlato, legittimissimamente, difende gli interessi delle doppiette, in una specie di guerra di religione contro tutto ciò che mette i bastoni tra le ruote a questi volitivi eredi di Federico II. Sono sempre meno, i cacciatori, ma ci sono, ed è anche giusto tutelarli. Ma che un intero territorio debba limitare le proprie prospettive di crescita, debba castrare le possibilità di miglioramento di un istituto finora sottoutilizzato, e che potrebbe significare, se ben gestito, una possibilità di sviluppo di un territorio altrimenti povero e smunto: beh, che tutto questo debba essere messo in discussione perché un ristretto gruppo di sparatori vuole andare ad ammazzare quattro anatre tre volte l’anno, mi pare un po’ riduttivo.

Soprattutto se si fa finta di difendere gli “interessi della comunità”. Tra l’altro, non mi pare che la caccia venga abolita, in questi territori, come non succede adesso. Verrà regolamentata, come succede adesso. Ma le regole sono fastidiose peggio delle emorroidi, per certi gruppi, e l’idea di libertà coincide con la propria libertà, e chissenefrega di quella degli altri.

I fischioni al forno sono una delizia, niente da dire; però ci sono interessi più alti a cui mirare. Berlato mira più in basso, molto più in basso.

Sandro Marchioro

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