“Io non sono Nessuno! Chi sei tu? / Sei – Nessuno – anche tu? / Allora siamo in due! / Non dirlo! spargerebbero la voce – lo sai! / Com’è squallido – essere – Qualcuno! / Com’è ordinario – come una Rana – / Dire il proprio nome – per tutto giugno – / A un Pantano ammirato!”.

Emily se ne sta al suo scrittoio, sistemato proprio sotto la finestra che dà sul giardino della casa di Amherst, Massachusetts, dove vive. È lì che scrive, su piccoli fogli che poi ripiega a libricino e cuce fra loro con ago e filo. Alla sua morte nel 1886 la sorella Vinnie ritrova quasi duemila delle sue poesie. Quando era in vita ne erano state pubblicate in tutto sette, Emily non lo ricorda neppure, sì sette o undici, forse.

Parlo di questo film, A Quiet Passion diretto da Terence Davies e con Cynthia Nixon, per parlare con discrezione e, spero, senza presunzione di Emily Dickinson. È stata una donna solitaria ma colma di andirivieni che l’hanno circondata e penetrata a fondo. Ha vissuto quasi tutta la sua vita nella casa di famiglia a Amherst. Ha viaggiato pochissimo, non ha fatto vita mondana, non si è sposata né ha avuto figli, cose che la sua epoca avrebbe richiesto.

Tutto quello che ha sperimentato prendeva forma in spazi immensi che si portava dentro. Ed era una donna magnificamente consapevole di esserlo. Con la sua quieta passione ha sfidato tutto. Il destino di essere femmina nel diciannovesimo secolo, il timore puritano e riverente verso un Dio che tutto determina. E lei credeva, eccome, credeva tanto profondamente da pensare che la colpa, la prostrazione e la penitenza non fossero cose di Dio. Ha irritato, provocato, affrontato chiunque entrasse nel suo mondo e tentasse di convincerla a quello sguardo chino, di ridurla a una donna del suo tempo. Eppure lo era, era l’anima del suo tempo, solo che se ne stava nel punto più alto di quel mondo ristretto e guardava incontro all’universo.

“Ho respirato abbastanza da imparare il Trucco – / E ora, rimossa dall’Aria – / Simulo il Respiro, così bene – / Che Uno, per essere del tutto sicuro – / Che i Polmoni siano immobili – deve scendere / Tra le celle esperte – / E toccare la Pantomima – Lui stesso, / Quanto freddi, i Mantici sentirebbe!”.

A Quiet Passion è un film costruito in modo apparentemente strano. Guardandolo mi sono detta quasi subito che era necessario scorrere fino all’ultima inquadratura. Ha un procedere lento, una costruzione delle scene e delle inquadrature come fossero pose teatrali. I dialoghi sono strutturati come in una pièce, dove i personaggi con ritmo e sagacia fanno rimbalzare le parole in un gioco di specchi. È come se il regista avesse deciso di usare un alfabeto semplice. E non è una cosa da poco. La parola è protagonista e infatti, su questo sfondo lineare con pochi elementi di sintassi, si stendono la figura di Emily Dickinson e la sua poesia.

La sensazione è di rigidità, immobilità. Una cosa che lì per lì disorienta, perché non capisci come mai tutto resti così fermo. Le pose dei personaggi come quadri: Emily, la sorella Vinnie e il fratello Austin, il padre che adorava e con il quale aveva un rapporto di ben definito rispetto reciproco ma che costantemente sfidava, la madre, donna fragile e amatissima che ad ogni respiro sembrava perdere soffi di vita. Gli ambienti crepuscolari, scrutati da lunghi movimenti di macchina o scavati da inquadrature fisse e inesorabili. Ma poi ho capito – almeno questo è il mio sentire – che tutta quella rigidità è il mondo fermo nel quale Emily inzuppa il suo infinito. Le sorsate di vita che lei beve le afferra dalla natura, dagli impeti frustrati di chi gli sta intorno, dalle mille cose che non si possono dire e fare e che lei scaraventa tenace dentro il suo spazio interiore e negli occhi del mondo intero.

“Poiché non potevo fermarmi per la Morte – / Lei gentilmente si fermò per me – / La Carrozza non portava che Noi Due – / E l’Immortalità – / Procedemmo lentamente – non aveva fretta / Ed io avevo messo via / Il mio lavoro e il mio tempo libero anche, / Per la Sua Cortesia – …”.

Annotazioni: A Quiet Passion è un film del 2016, è una produzione britannica ed è stato presentato in anteprima al Festival di Berlino quell’anno. Nelle sale italiane è uscito solo ora, tra la quiete e l’insofferenza generale di questo caldo giugno.

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