di Davide Bregola

Ogni volta che leggo un libro la mia mente va a trovare riferimenti, possibili antefatti, strade simili. E’ così che Misantropie di Maurizio Caverzan (Apogeo edizioni) mi è capitato tra le mani e ho iniziato a leggerlo come fosse una di quelle cronache alla Ludovico Muratori, un libro per la serie Del governo della peste e delle maniere di guardarsene, perché Caverzan prova a raccontare, in forma diaristica, il periodo più duro del lockdown. Ci propone una cronaca che si dipana dal 13 marzo 2020 al 21 maggio dello stesso anno. Grossomodo i mesi in cui si cantava sui balconi, si aveva paura di uscire perché non si capiva bene cosa stesse avvenendo, si era costretti in casa e si poteva uscire solo per le necessità più impellenti. Chiese e librerie erano chiuse. Bar chiusi. Si andava fuori solo per la spesa necessaria e, se si aveva qualche anosmia, un po’ di ageusia, era doveroso andare all’ospedale, anche se tutti scoraggiavano dall’andarci perché ripetevano: “Il posto meno sicuro, oggi come oggi, è l’ospedale”. Lo dicevano no? Ce lo siamo dimenticato ma era così. Si vedeva la gente bardata come un palombaro, uscire con guanti in lattice, casco trasparente di plastica, mascherina di carta, anche se all’inizio non le trovavi da nessuna parte le mascherine e l’alcol era finito assieme al lievito per il pane. Qualcuno fuori dal market sterilizzava ogni cosa prima di riporla nel bagagliaio. Scene post-nucleari. Scene che non si dimenticano e fanno dire sconsolati: “Ho capito, l’umanità è così. Amen.” Sirene spiegate, forze dell’ordine ovunque. Intimavano di tornare a casa subito, ma io avevo in mano pannolini, latte in polvere e moduli di autocertificazione. Code di persone dall’aria preoccupata fuori dalle farmacie della città. File obbedienti in cerca di pozioni salvavita. Caverzan ci narra le sue sensazioni, giorno dopo giorno, i risvolti interiori che una scelta governativa o sanitaria fanno scaturire sull’umore. Ci parla di amici scomparsi, contatti via Skype e feste mancate. Noi lettori ci troviamo di fronte a considerazioni di un singolo uomo, ma la sua voce assurge a voce di tanti uomini e donne bloccati a casa un po’ per costrizione, un po’ per paura, un po’ per una forma di accettazione della realtà quotidiana così sospesa, bloccata, nella quale l’autore trova, per il tramite della scrittura, un modo di sublimare tutta l’incertezza. Si respira aria da Ultimi giorni dell’umanità in cui un Karl Kraus lucido e nel mezzo della sua opera come una rotatoria costruita nel nulla, accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, raccontandoci la Grande Guerra attraverso due personaggi fantastici quali “il Brontolone” e “l’Ottimista”. Ma non voglio assolutamente paragonare Kraus a Caverzan, anche perché in Caverzan non c’è ironia. Anche perché virus e guerre non c’entrano proprio nulla. Anche perché vorrei lasciare perdere il paragone. Che poi, come dice anche l’autore, certe dinamiche di questa pandemia possono ricondurci a termini usati nelle guerre. Ma è solo una scelta lessicale. Niente più. Emerge, a tratti, in queste Misantropie, un tono spirituale, altre volte rassegnato, altre ancora speranzoso. A tratti sembra tutto avvolto dall’incomunicabilità: non l’ho ancora detto ma il sottotitolo del libro è cercando l’antivirus, quasi si volesse fare il verso al linguaggio informatico.

Sarò fuori contesto, inopportuno, ma devo dire che trovo molto stimolante questo frangente, quest’epoca, perché è uno spartiacque, un cambio di paradigma, una nuova possibilità. Non so se sarà migliore o peggiore di prima, non mi pongo questo problema e nemmeno me lo chiedo. A me interessa possa avvenire un cambio di passo, poi per quanto mi riguarda non cambierà niente perché vivo da sempre in modo frugale, con strumenti minimi, sentimenti basici, sensazioni a palla. Vita semplice, nobilissima povertà. Guardo da sempre a Giovanni di Pietro di Bernardone, e da qualche anno a Christian Bobin. Ritengo l’intelligenza una caratteristica sopravvalutata e, mai come ora, certe forme d’intelligenza hanno una loro stupidità. Mi piace il tono di Caverzan, naturaliter gnostico. Questo suo tono l’ho trovato e apprezzato anche nel bel libro di interviste a scrittori veneti intitolato Fabula Veneta, sempre da Apogeo edizioni. Mi è servito molto leggerlo perché mentre lo leggevo stavo scrivendo una serie di ritratti a scrittori che avevo frequentato e letto con attenzione. In Fabula Veneta l’autore è riuscito a trasformare un semplice dialogo in qualcosa di più intimo, devoto, e le parole espresse con Camon, Trevisan, Permunian, Mozzi, Marinelli e compagnia, mi hanno fatto comprendere l’importanza della percezione, l’orecchio. Tutto per Caverzan sembra centrale, in quanto si riferisce a un unico centro che non ha nome ma che ho individuato essere qualcosa che avviene nei dintorni della cultura. Leggendo le sue conversazioni, le vite apparenti acquistano valore di realtà, anche se sono consapevole di abusare di un termine ambiguo e assurdo, perché “reale” non significa nulla per me perché so che alcuni accostano il termine “reale” con “vero”. Non ho le parole per dirlo meglio, per cui proverò a dire, con una specie di lallazione, che le sue interviste sono attente, spudorate, eminenti, originali, umane, precise, composte da molteplici cristalli, diverse…e potrei continuare con vari aggettivi e sostantivi, ma non servirebbe a nulla.

L’ho poi conosciuto Maurizio Caverzan. Ci siamo incontrati una decina di giorni fa. Prima d’allora solo qualche messaggio su Facebook per ragioni inerenti la scrittura. Eppure tornavo spesso alle sue modalità di condurre un’intervista perché nel frattempo leggevo la rubrica “Irregolari” che tiene al sabato su un quotidiano. So che abita dalle parti di Padova e quando mi ha detto che era arrivato il momento di incontrarsi volevo creargli meno disguidi possibili. Sono fatto così, cerco sempre di agevolare gli altri perché non voglio creare nessun disturbo. Penso derivi dalle umili origini famigliari e a lungo andare ho accettato in me questo servilismo non richiesto. Gli avevo proposto di vederci a Montagnana o a Este, a Legnago. Io sarei partito da Mantova. Idealmente l’avrei incontrato a metà strada. Invece ha detto al telefono che sarebbe arrivato a Mantova. “Se arrivi in stazione passo a prenderti” dissi in extrema ratio. Ma niente, arrivava in auto e si sarebbe arrangiato. Mi chiese solo il luogo dove incontrarci e glielo dissi. Ci saremmo visti alle 11 al bar Posta. L’ho visto arrivare con una borsa e un bel giubbone scuro contornato da un’avvolgente sciarpa grigia. La mattina era freddissima, normale a dicembre, e c’era il mercato. Ci siamo seduti fuori per un po’ e al tavolino mi piaceva guardare la gente affrettata tra i banchi. Ridevo perché nel mentre qualcuno parlava da solo, qualcun altro urlava al cellulare.

Caverzan, d’acchito, ha l’aria severa, ma quel broncio nasconde una certa forma di onestà. Non so come dire, ma dietro quelle sopracciglia folte, aggrottate, c’è il pudore e la compostezza. Abbiamo parlato tanto e a un certo punto si è messo a scrivere quel che dicevamo. Poi siamo entrati al bar perché là fuori gli si era ghiacciata la mano. Mi ha chiesto se per uno scrittore la letteratura è tutto. Anche nel suo Misantropie ragiona su questo, ma non ha trovato terreno fertile perché io penso sia uno strumento, un linguaggio che aiuta. La scrittura…La scrittura non la baratterei con la forza e la potenza della vita. Ci siamo un po’ raccontati mentre nel bar entravano persone di ogni tipo: donne infagottate, professionisti dall’aria altera, persone con carrellini gonfi di chissà quali merci inutili. Mi ha accennato ai suoi figli, ma in modo molto composto, e ho capito che non dovevo insistere. Abbiamo parlato di persone del mondo della cultura: Quirino Principe col quale entrambi abbiamo tenuto un breve rapporto epistolare per ragioni diverse. Io un giorno l’ho presentato con pianoforte e leggio, a parlare di classica e arie d’opera. Con Caverzan abbiamo parlato di Luigi Amicone, da poco scomparso. Permunian. Aldo Busi. Gli ho parlato della mia uscita dal mondo per un anno. Siamo andati a pranzo in un posto dove ci sono le panche in legno di una chiesa e i quadri con stampe della Via Crucis. Siamo stati anche in silenzio. L’ho portato a vedere ciò che rimane del ghetto ebraico mantovano. “Guarda”, gli ho detto, “vedi quei balconi come sono fatti?” Sono fatti in quel modo, con due staffe di ferro che escono dal muro e una lastra di marmo appoggiata sopra, perché gli ebrei Aschenaziti avevano preso quel tipo di architettura dalle valli del Reno e l’avevano utilizzata qui. Gli ho fatto vedere la casa del rabbino, un hotel dove prima del 1938 c’era la sinagoga grande demolita durante le leggi razziali. Gli ho detto di passare per casa mia perché abito nella casa di un antico rabbino della comunità, e dal giardino si vede il retro dell’attuale sinagoga. Ma non l’ho invitato a casa per quella ragione, bensì perché volevo donargli un piccolo libretto di Rimbaud. Eravamo sulla strada che conduce al parcheggio dove aveva lasciato l’auto. Ero lì che ci guardavo camminare, come un ipotetico drone che riprende e registra due uomini dall’alto. Ho avvertito in lui una certa forma di malinconia, un’inquietudine gentile, un’esuberante curiosità, discreta. Anche se non ce lo siamo detti, lo sappiamo entrambi che in questo periodo storico abbiamo vissuto qualcosa di diverso da quel che eravamo, scritto qualcosa che nemmeno immaginavamo fino a pochi mesi prima. Abbiamo fatto pensieri mai prima d’ora avuti in mente. E’ rimasto poco, forse nulla. Tutto questo panico non è servito a farci capire il limite, parlo di noi come esseri umani. Tutto questo casino ha creato qualcosa di complesso di cui non conosco il nome. Tutto sta mutando e qualcuno ci vede l’apocalissi, altri una rinascita. A voi la scelta. A noi la scelta. Io sto dalla parte della saggezza, e penso faccia altrettanto Caverzan.

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