Un avvocato convinto che nulla sia più importante della difesa del suo cliente. Un uomo accusato di omicidio che si dichiara colpevole. Un procuratore che rimprovera all’avvocato di non permettere alle persone di prendere coscienza dei propri errori.
Tutto ruota intorno a questo in Sandome no satsujin (Il terzo omicidio), film del regista giapponese Kore-eda Hirokazu, in concorso a Venezia 74.

Lo abbiamo visto non molto tempo fa al cinema con Ritratto di famiglia con tempesta, opera delicata e profonda. E non si smentisce Kore-eda. Anche con una storia dura e ruvida come questa presentata alla Mostra del Cinema, la sensazione più forte è quella di una mano che accarezza la superficie dei personaggi e poi ci fruga dentro, ma sempre con tenerezza, uno sguardo morbido sulle cose dure, buie, inquiete.

C’è un omicidio, un corpo che brucia nella notte sulla sponda di un fiume, sembra un rito funebre e ci sembra di sentire l’odore terribile della carne che arde. Poi c’è il silenzio, l’incedere sommesso di Misumi che confessa il delitto. Su di lui si riversa l’attenzione di un intero studio legale che vuole dirottare la colpa su rapina e furto, vuole evitare la pena di morte. Soprattutto Shigemori, l’avvocato che conduce la causa, tutto votato alla sua professione, tanto da non avere una vita, uno spazio minimo, neppure per sua figlia.

C’è una sorta di immedesimazione tra i personaggi. Misumi ha una figlia che non vede da trent’anni, Shigemori trascura la sua. All’avvocato non interessa la verità, ha deciso in partenza dove vuole arrivare, il resto non conta. Misumi continua, durante le indagini e il processo, a deviare da se stesso e dai fatti che risultano imponderabili. Cambia più volte versione, poi ritrae tutto, dice che non è stato lui. È a quel punto che a Shigemori interessa la verità, la percepisce ma non la vede. In quel preciso momento risuonano in lui le parole del procuratore che rappresenta l’accusa: lei impedisce ai suoi clienti di prendere coscienza dei propri errori. Aveva riso di queste parole. La verità non è un problema processuale, non serve a stabilire niente. Non interessa neppure ai giudici. L’unico parametro è il giudizio.

Il film nasce da queste considerazioni. Kore-eda è rimasto affascinato dall’idea che “Il tribunale non è il luogo in cui si stabilisce la verità”. Ed ecco una storia in cui la verità non c’è. Gli eventi, i fatti scorrono, tutto si compie, anche la sentenza, ma la verità sfugge, nessuno la rivela, nessuno la comprende.

C’è un’immagine bellissima che sintetizza mirabilmente questo slittamento, la sensazione che il vero sia come l’acqua tra le dita, inafferrabile. La sequenza finale del film mostra Misumi e Shigemori uno di fronte all’altro separati da un vetro in carcere. La camera li inquadra di profilo, parlano con sincerità – di gran lunga preferibile alla verità – il vetro sembra quasi invisibile. Poi la camera si sposta un po’ verso sinistra e si inclina leggermente, inquadra solo il viso di Misumi, magicamente il vetro si rende visibile, riflette il profilo di Shigemori e due volti appaiono sovrapposti, quasi sciolti uno nell’altro.

Si confondono leggeri, trasparenti e in un istante contengono mille verità. Grandi applausi in sala alla fine del film.

Annotazioni: oltre a Ritratto di famiglia con tempesta (2016), di Kore-eda Hirokazu sono anche Father and Son (2015) e Little Sister (2013). Un aspetto che colpisce del regista giapponese è la sua capacità di mettere in connessione i luoghi e le persone, le emozioni e lo spazio. Anche in Sandome no satsujin la città, il paesaggio, gli ambienti interni delle case, perfino il tribunale, sono scatole di cristallo in cui i personaggi fluttuano, si perdono

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *