È partita con il film di un grande regista la Biennale Cinema numero settantasei. La vérité di Kore-eda Hirokazu ha aperto la mostra, mercoledì mattina per la stampa, la sera per la cerimonia d’inizio.

Elegante, intimo, armonico, il regista giapponese ancora una volta ha composto una dolce, pungente, intensa sinfonia. Lo fa uscendo per la prima volta dai cieli e dai paesaggi della sua terra, in una Parigi tra autunno e inverno, densa di colori e legami struggenti.

Il suo tocco è riconoscibile dalla prima inquadratura, un paesaggio urbano immerso nel verde e nel silenzio. Gli alberi lanciano fiamme calde, tra l’arancio e il rame, le case sono come acquattate nella luce invernale. E così i giardini e poco dopo gli interni, caldi e un po’ nebbiosi, come tutto tra autunno e inverno.

Il mondo è tutto qui. Come sempre Kore-eda racchiude l’universo dentro poche inquadrature, strette sull’essenziale. Riesce a farlo perché sa che una storia ha bisogno di poco per essere raccontata.

E la storia che ci racconta è quella di una madre e una figlia. Fabienne è una famosa attrice francese con molti anni addosso. Egocentrica, luminosa, presuntuosa, si muove come una regina adorata da tutti. Lumir, sua figlia, di mestiere fa la sceneggiatrice, vive a New York e arriva nella bella casa parigina con marito e figlia per la pubblicazione delle memorie di Fabienne.

L’incontro, il libro, la casa, i ricordi, tutto è un lento calibrato movimento tra verità e menzogne, tra realtà e illusioni. Su questo movimento appaiono e scompaiono gli affetti, i dolori sospesi, le cose mai dette, quelle fraintese o credute, sperate. Scorre un’intera famiglia. Perché con Fabienne e Lumir ci sono i loro mariti, compagni, la piccola Charlotte, l’ex marito di Fabienne, padre di Lumir, e qualche fantasma.

Tutti ruotano attorno alla grande attrice, adorabile, cinica, una strega forse, che a tratti sembra una fata, ma poi chissà dove sta la verità.

Una storia di ordinaria quotidianità quella dei legami familiari. Una madre egoista, forse. Una figlia ferita, ma non solo lei. Mariti adombrati, più bravi a letto che nel loro mestiere, oppure il contrario. Ed è ordinaria amministrazione fare i conti con rapporti incrinati, conti sospesi, sogni mancati. E con i nodi che prima o poi si stringono e tirano da tutte le parti.

Sì, ordinario tutto. Ma raramente sono le storie straordinarie a fare grande un film. È più potente lo sguardo di chi racconta, è straordinaria la capacità di riunire in un piccolo spazio un pugno di personaggi e farli muovere senza clamore, con gesti, abitudini, pensieri usuali, qualsiasi, e sentire in questa normalità la forma di una storia. Insomma, sentire che ti riguarda ed è anche tua.

Kore-eda riesce nell’intento perché è un poeta delle cose minime e perché muove un cast d’attori straordinario. Su tutti Catherine Deneuve, Fabienne, e Juliette Binoche, Lumir. Sono perfette. Due dive, grandi per la semplicità della loro messa in scena, per i gesti, le battute, la tenera ironia di cui si vestono, la luminosa fragilità che non le lascia mai.

Kore-eda ha detto: “Cos’è che rende tale una famiglia? La verità o le bugie? E cosa scegliereste, tra una verità crudele e una bugia a fin di bene? Queste sono le domande che non ho mai smesso di pormi durante la realizzazione del film”.

La sensazione è che una risposta il regista se la sia data e tuttavia il film lascia intatta tra le mani degli spettatori la possibilità di trovarne una. Come a dire che la visione del mondo, le attese, gli orizzonti possibili appartengono a ognuno di noi e a noi sta trovare gli equilibri sui quali camminare come funamboli. E vivere.

Annotazioni: La vérité è una produzione di Francia e Giappone. È difficile non riconoscere quel sapore di haiku sempre presente nei film di Kore-eda. Quel gusto di un componimento poetico minimo è ben presente anche qui, per la prima volta fuori e lontano dal Giappone. Molto lontano, e tuttavia molto a suo agio. Di Kore-eda mi piace ricordare due titoli recenti: Ritratto di famiglia con tempesta (2106) e Un affare di famiglia (2018).

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