In questi giorni si celebra il centenario di un grande poeta veneto, Andrea Zanzotto: poeta veneto, italiano ed europeo. Mi è tornata alla mente, tra le altre cose, quella bellissima e terribile immagine del “progresso scorsoio” che è stata al centro di una delle ultime opere di Zanzotto: una sorta di lucidissima e spietata requisitoria contro il “volano infernale” rappresentato dalla violenza di un modello di sviluppo che, dopo aver disarticolato il paesaggio, la cultura, la storia, privo di qualsiasi senso del limite, si prepara a divorare i suoi stessi creatori e i suoi stessi inconsapevoli “figli”, ormai del tutto incapaci di governare un processo fatale e rassegnati alla prossima apocalisse. Un lento, inarrestabile scivolare verso l’abisso, in cui ad essere deviato, sporcato e inquinato è anche il nostro tempo, la nostra quotidianità, la nostra capacità di percepire quanto ci sta attorno.

E così, alla ricerca di un primo rimedio, di un approccio diverso, di un tempo diverso, più umano e pensando – ingenuamente, idealisticamente, fate pure un po’ voi – alla letteratura come rifugio estremo, come risposta parziale, umanissima, eppure fondamentale per la tenuta delle nostre vite, mi sono imbattuto nei Giorni delle cicale di Francesco Casoni: un piccolo libro, un piccolo gioiello, forse una luce, uno spiraglio, in mezzo a tante suggestioni letterarie e a tante novità che, pur trasudando impegno ed eticità da ogni paragrafo, raramente riescono a toccare il nocciolo delle questioni più urgenti e ancor più raramente riescono a metterci di fronte al mondo in cui viviamo.

Mondo concreto, concretissimo, in queste pagine, che vivono e si sviluppano intorno al povero e precario spazio verde urbano del “parco Ambrosini”, un ambiente nel quale i fiori e le piante più umili sembrano letteralmente strappare e contendere ogni singolo giorno al prevalere del grigiore e al cemento, richiamando lo sguardo e i sensi improvvisamente risvegliati degli abitanti della zona più dimenticati tra i dimenticati, ma disponibili a riconoscere il “perpetrarsi incessante della vita”, tra i voli di api e bombi, edere rampicanti, distese di violette e “rade macchie di trifoglio”: vita agra, dimessa e abitudinaria, di un quartiere periferico di una piccola città di provincia, vita di protagonisti appartati – un clochard che si fa chiamare Dominique, un’insegnante cinquantenne delle scuole serali, un pensionato rimasto vedovo da pochi mesi – che, per un motivo o per un altro, devono fare i conti con il “lento sbriciolarsi” delle loro timide esistenze e con la ricerca di una qualche via d’uscita.

Ecco che, allora, in un contesto desolato e apparentemente senza redenzione, simile alla provincia che conosciamo bene, un fiorellino giallo che cresce con ostinazione lungo una crepa, “tra le mattonelle rosse del terrazzo”, del pensionato Nevio Barbieri e la contemporanea scoperta di un ragazzino afghano, profugo di quattordici anni, arrivato da queste parti dopo mille indescrivibili peripezie, possono realmente rappresentare l’unico eppure plausibilissimo orizzonte di una speranza che rinasce, in grado di far uscire questo pezzo di umanità dal proprio torpore. Casoni ci porta dentro questo microcosmo, ce lo fa amare, lo racconta con pudore senza pietismi e senza la pretesa di grandi morali, lo racconta con certa leggerezza calviniana e davvero, di questi tempi, non è poco.

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