Il film “L’acqua calda e l’acqua fredda” conclude questo mercoledì la rassegna di proiezioni proposta dall’Accademia dei Concordi. Intervista agli autori per conoscere questo progetto.

Appuntamento mercoledì 21 dicembre, alle 17.30 all’Accademia dei Concordi di Rovigo, con l’ultima proiezione della rassegna “Contaminazioni d’autore”. Con “L’acqua calda e l’acqua fredda” si parla della vita degli operai tra il Nordest e il Meridione. Abbiamo chiesto agli autori, i vicentini Marina Resta e Giulio Todescan, di darci qualche anticipazione, retroscena e chiave di lettura del loro film.

Il film parte da Vicenza ma unisce il nord Italia alla Puglia. Com’è nato questo progetto?
Nel 2011 ci siamo imbattuti in un saggio di Devi Sacchetto, professore di sociologia all’Università di Padova, sull’attuale immigrazione meridionale in Veneto. Fra le storie raccontate ci ha colpito una in particolare: quella delle Acciaierie Valbruna di Vicenza, dove la maggior parte dei circa mille operai proviene dal Sud Italia e in particolare da Giovinazzo, un paese della provincia di Bari. Per descrivere quella strana mescolanza di veneti e pugliesi, un dirigente dell’azienda citato nel testo utilizzava la metafora dell’acqua calda e dell’acqua fredda, la cui unione dà vita a qualcosa di nuovo e più complesso.
La storia era in effetti più complessa, perché dietro alla vicenda dei valbruniani se ne nascondeva un’altra, che affondava le radici 800 chilometri più a sud e molti decenni a ritroso nel tempo. Nelle Acciaierie Ferriere Pugliesi (AFP) di Giovinazzo, che per oltre mezzo secolo aveva dato lavoro a un intero paese, si era formata una combattiva classe operaia, di cui gli operai emigrati al Nord sono in qualche modo gli eredi. Dopo la chiusura di quello stabilimento, negli anni Ottanta, la famiglia barese Amenduni, che nel frattempo aveva acquisito la Valbruna di Vicenza, iniziò ad assumere lì giovani giovinazzesi rimasti “orfani” della fabbrica.

L’argomento interessava entrambi per questioni biografiche: Giulio, da vicentino, che tuttavia prima di allora non aveva mai sentito parlare di questa storia, e Marina, da pugliese che, come gli operai della Valbruna, è emigrata per motivi di studio nel Nord Italia. Inoltre ci intrigava il fatto che il Nordest, a differenza di metropoli come Milano e Torino, non ha vissuto una massiccia immigrazione meridionale negli anni del boom economico. A quell’epoca, dal Veneto si emigrava verso quelle città, esattamente come dal Sud. L’immigrazione meridionale a Nordest è un fenomeno più recente e meno indagato, forse rimosso. In fondo negli ultimi anni anche la retorica leghista, così forte in questi luoghi, ha preso di mira l’immigrazione extracomunitaria, lasciando da parte quella verso i “terroni” che andava forte alle origini della Lega. Ma siamo sicuri che il rapporto con chi arriva dal Sud sia del tutto pacificato?
Con queste domande in testa, nell’estate del 2011 siamo andati con Devi Sacchetto a Giovinazzo, dove abbiamo conosciuto alcuni ex operai delle Acciaierie e Ferriere Pugliesi e della Valbruna e ne abbiamo raccolto le testimonianze. Ma le riprese sono cominciate solo due anni più tardi, nell’estate del 2013, dopo il trasferimento di Marina a Vicenza da Milano, dove frequentava la Scuola Civica ed era impegnata nella produzione del suo primo film documentario, Milano fa 90. Per questo motivo, ma anche per motivi economici abbiamo aspettato, fino a che l’urgenza di raccontare queste storie ha compensato la mancanza di budget. Ci siamo letteralmente lanciati nell’impresa, aiutati anche da Luciano Attinà, che si è occupato delle riprese, e in un secondo momento Luca Scapellato che si è occupato del mix audio, ma soprattutto ha donato al film una splendida colonna sonora originale.

Questa mi sembra un’opera corale, nel senso che racconta una storia intrecciando le voci e le storie di molte persone. Che storie avete incontrato?
L’acqua calda e l’acqua fredda è un film corale fatto soprattutto di interviste, potenziate da materiali d’archivio (fotografie, video e articoli di stampa) e dalle immagini delle due città, Vicenza e Giovinazzo, apparentemente molto distanti ma in realtà collegate da una trama invisibile fatta di storie di vita e di lavoro.
Il film cerca di riallacciare quei fili invisibili che legano le due città e due generazioni di operai, attraverso un montaggio che interseca in continuazione i piani di Nord e Sud, presente e passato. Dalle parole degli operai emergono temi senza tempo: le difficoltà dell’integrazione in una realtà diversa e lontana e il valore dicotomico del lavoro, occasione di benessere economico ed emancipazione sociale di un’intera comunità, ma anche portatore di sfruttamento e di rischi per la salute e per l’ambiente.

Si parla di un pezzo di storia del nostro paese. In che modo questo ci film, invece, ci parla dell’Italia di oggi?
Questo film racconta due generazioni di operai. La prima è quella che negli anni Sessanta e Settanta si organizzò e lottò – nelle AFP di Giovinazzo – per ottenere un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita per loro e per tutto il paese, sorretta dalla fede in un futuro di progresso, di cui loro stessi avevano già beneficiato in prima persona, garantito dall’industrializzazione. Nelle loro parole emerge l’orgoglio del vivere, pur con tutte le difficoltà dovute alle tremende condizioni di lavoro nella fonderia, in una sorta di isola felice: Giovinazzo vantava, e vanta ancora grazie alle loro pensioni, un tenore di vita superiore rispetto ai comuni circostanti, dove l’industria era meno presente. La seconda generazione è quella dei figli di quegli operai, che hanno vissuto da bambini il tramonto di quella vicenda industriale e che dopo la scuola hanno dovuto scegliere fra restare in paese senza prospettive di lavoro sicuro e emigrare nelle fabbriche del Nord. Tutto questo non avveniva negli anni Cinquanta, ma negli anni Novanta, e prosegue anche se in misura minore ancora oggi. In questa seconda generazione manca forse quella fiducia che avevano i loro padri nella lotta per cambiare in meglio l’esistente. La loro grande lotta è stata quella di integrarsi in un ambiente non facile, sicuramente diverso e in molti casi ostile, come può esserlo una fabbrica della provincia veneta. Ma anche qui emergono strategie di resistenza, ad esempio l’adesione massiccia al sindacato come fattore di integrazione, la solidarietà fra chi è “salito” prima e chi lo ha fatto dopo, la fiducia che, dopo le iniziali diffidenze, si conquista da parte dei colleghi veneti. In definitiva il film racconta come anche nell’Italia di oggi ci siano tante persone costrette a emigrare non per raggiungere il successo economico o coronare il proprio sogno creativo o scientifico mettendo a frutto una laurea – come nel tanto raccontato fenomeno della “fuga dei cervelli” – ma per fare un lavoro pesante e usurante – ma con lo stipendio sicuro – come l’operaio in un’acciaieria. Crediamo che parlare di lavoratori di fabbriche in un’epoca di terziario avanzato e di crisi economica faccia riflettere sulla Storia italiana recente, la cui narrazione ha subito troppe omissioni e rimozioni.

A cura di Francesco Casoni

L’acqua calda e l’acqua fredda
Soggetto Produzione e Regia: Marina Resta, Giulio Todescan / Riprese e suono in presa diretta: Luciano Attinà / Montaggio: Marina Resta / Color correction: Simone Petruzzelli / Montaggio del suono: Luca Scapellato / Colonna sonora: Luca Scapellato, LSKA, Phill Reynolds / Grafiche e documentazione: Giulio Todescan / Sottotitoli: Marina Resta
Cast (in ordine di apparizione): Luciano Alari, Cosimo De Bari, Demetrio Pappapicco, Paolo Depalma, Mimmo Palmiotto, Francesco Depalma, Michele Camporeale, Francesco Camporeale, Antonio Dangelico, Filippo D’Attolico, Mimmo Stufano, Michele Stufano, Vito Bavaro.

Il blog del film: https://lacquacaldaelacquafredda.wordpress.com
FB: https://www.facebook.com/lacquacaldaelacquafredda
trailer: https://vimeo.com/121384055

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