Proiezione stampa venerdì per J’accuse (L’ufficiale e la spia) di Roman Polanski e Seberg di Benedict Andrews.

È un J’accuse dettagliatissimo quello che Roman Polanski stende dentro i rigorosi confini dello schermo e della sala cinematografica. L’unico spazio all’interno del quale dovrebbero muoversi lo sguardo e il giudizio di tutti in un festival internazionale di cinema. Perciò il film, in concorso nella sezione principale Venezia 76.

Il caso Dreyfus è una sorta di emblema che dal 1895 scosse la Francia per molti anni, e divenne poi, nella sola enunciazione del nome, l’immagine dell’ingiustizia, della prevaricazione e della manipolazione.

Nonostante Dreyfus sia diventato una sorta di metafora, i dettagli di quell’affaire durato dodici anni forse sono poco noti o comunque sono rimasti sullo sfondo.

Polanski ricostruisce la storia del capitano Alfred Dreyfus, ebreo, accusato dall’esercito francese di essere una spia dei tedeschi e dunque un traditore della patria. Degradato con disonore, fu deportato in isolamento nell’Isola del Diavolo, al largo della Guyana francese. Le accuse erano basate su lettere, presunte prove calligrafiche, vaghi riferimenti e molte forzature.

A far saltare gli equilibri e i coperchi, il maggiore Georges Picquart, uno degli accusatori di Dreyfus, promosso dopo la condanna esemplare del capitano a capo della sezione servizi segreti. È lì che Picquart comincia a maneggiare le carte, a vedere le falle e a scoprire il vero traditore, aprendo il vaso. Fino a far emergere il ruolo di ministri e generali di Francia che, attraverso quella condanna, avevano definito confini e posizioni politiche.

Anche a Picquart non piacciono gli ebrei, e non piace Dreyfus, lo dice. Ma, a differenza dell’intero stato maggiore francese, non ne fa uno strumento di potere. Spende invece molti anni della sua vita a dimostrare l’innocenza del capitano, ritrovandosi poi diffamato, minacciato e arrestato.

Con lui si schierano molti uomini di libero pensiero. Su tutti Émile Zola con il suo famoso J’accuse…!, una lettera aperta al Presidente della Repubblica, uscita sul quotidiano L’Aurore nel 1898 e per la quale Zola viene processato e condannato a un anno di carcere e tremila franchi di risarcimento.

Roman Polanski sfodera tutta la sua agilità e cuce una trama, complicata di suo, in un intreccio avvincente. Si perde nella seconda parte del film in qualche ridondanza, ma sono indiscutibili il suo talento narrativo e la capacità di accompagnarci tra i rovi senza timori. I personaggi, via via controversi, meschini, intoccabili, comunque mai del tutto definiti, in queste mille sfumature restituiscono l’idea di una nazione malata di narcisismo e di superiorità. Sullo sfondo, un clima sociale e politico instabile, dove l’onda antisemita mette radici per il futuro.

Soprattutto, è come se Dreyfus non ne fosse mai uscito davvero da quel pantano. Non aveva tradito né l’esercito né la Francia intera. Era ebreo. E resta come un amaro sul palato all’uscita dalla sala, con quel J’accuse che non ha mai trovato pace.

Seberg

Fuori concorso è invece Seberg di Benedict Andrews.

Confesso che sono andata alla proiezione con una certa attesa per una storia che si snoda tra il 1968 e i primi anni Settanta e prova a raccontare un po’ di Jean Seberg, famosissima attrice americana, diventata simbolo della Nouvelle Vague francese per via di quel À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) di Jean-Luc Godard.

Jean Seberg, minuta, fragile, luminosa, era una sostenitrice convinta del movimento Black Power per la conquista dei diritti degli afroamericani. Dalla sua posizione di attrice di successo sosteneva la causa del movimento fino ad entrare, nel 1968, nel mirino dei servizi segreti americani, per i suoi rapporti con l’attivista Hakim Jamal.

Tra i due nasce un legame politico e sentimentale che fa di lei un soggetto degno delle attenzioni dell’FBI. Finisce negli ingranaggi del COINTELPRO – il programma illegale di sorveglianza messo in piedi e praticato senza freni dal Bureau americano – e viene spiata e controllata di continuo.

Il livello di manipolazione e ingerenza nella vita della Seberg finì per provocare conseguenze pesanti e dolorose, culminate – nella visione ricostruita dal regista – con un tentativo di suicidio.

Il film parte di slancio e ci immerge nel clima politico e sociale dirompente di quegli anni. Jean Seberg, che nel film ha il volto della brava Kristen Stewart, è una figura intrigante, fragile, spigolosa. La storia per un po’ procede liscia e spedita, tra vicende personali e uno scenario complicato e avvincente.

Poi si perde fragorosamente.

Andrews esita troppo sull’ansia ingestibile dell’attrice e sulla folle spinta dei suoi persecutori. Ne risulta una specie di cortocircuito narrativo e la personalità della Seberg sfuma in un groviglio opaco.

È difficile capire quanto gli eventi abbiano inciso sulle depressioni, i rapporti familiari, il tentato suicidio e, infine, sulla morte, avvenuta alcuni anni dopo, nel 1979, e archiviata come presunto suicidio.

Manca, ed è un vero peccato, un po’ di respiro sul personaggio e sul complicato clima di quegli anni.

Annotazioni: nel cast di J’accuse (L’ufficiale e la spia) segnalo Jean Dujardin nel ruolo di Georges Picquart; l’attore francese ha vinto a Cannes 2011 come miglior attore per la sua interpretazione in The Artist di Michel Hazanavicius. Voglio ricordare due film con Jean Seberg: Bonjour tristesse di Otto Preminger (1958) e Airport (1970) di George Seaton, accanto a Burt Lancaster.

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